Capitolo 04

Una cowgirl suona sempre due volte

Pubblicato il 22 agosto 2026 · 18 minuti di lettura

Cecily Campbell e Carson corrono armati nel cortile notturno dell’ambasciata della Lonely Star

«Ehi! Ehi! Guarda là, Cecily! Ma quello non è…»

«Shhhhhhh!»

«Come sarebbe, shhhhh?»

«Chiudi quella boccaccia o no?»

La pistolera dei Seven Points e il suo pard felino fecero appena in tempo a percorrere di corsa gli ultimi gradini dell’immensa scalinata che conduceva ai Quartieri Nobili di Falstaff, quando il rumore di una marcia cadenzata giunse distinto alle loro orecchie.

Raggiunta la vasta spianata di pietra delimitata da una balconata in marmo, da cui si poteva godere una vista magnifica sui Quartieri Popolari e sulle lontane pianure, i due si gettarono nelle ombre degli alberi ai lati della strada.

Un istante dopo, da una delle vie principali che conducevano al centro della città, emerse sotto la pallida luce dei lampioni a gas un intero plotone di gendarmi, perfettamente inquadrato.

I fanti del 4° Reggimento della Gendarmeria marciavano impettiti e compatti, lasciando risuonare contro il porfido della strada il rumore secco degli stivali. Le divise di un blu regale, ornate da finimenti bianchi, i kepi in lana cotta ben stretti sul capo dal soggolo di cuoio e i moschetti con baionetta innestata davano loro un aspetto severo e marziale.

Davanti al plotone avanzava un uomo sulla quarantina, alto e snello, il viso spigoloso, la carnagione olivastra e due lunghe basette nere a incorniciargli le guance. Le spalline intessute d’argento indicavano il suo grado da sottufficiale, mentre un tricorno adorno di una lunga piuma bianca gli conferiva un’aria tanto solenne quanto ridicola.

Il sergente, ringalluzzito nell’ammirare i propri soldati marciare con un tempismo perfetto, agitò la sciabola in aria per ordinare la rotazione del plotone. Poi, insieme ai suoi uomini, cominciò a discendere la Grande Scala in direzione dei Seven Points.

Cecily si passò una mano sul viso in segno di ironica disperazione.

Quei gendarmi in pompa magna erano l’aiuto promesso dal Comando ai Quartieri Popolari per arginare i disagi causati dal blackout.

Il rumore della marcia si allontanò lentamente, finché il plotone scomparve del tutto dalla vista della cowgirl e di Carson, sulla cui bocca stava ancora premuta la mano di Cecily.

Per il suo compagno, spesso, gli avvertimenti non bastavano.

«Ehi!» protestò per l’ennesima volta in quella notte il felino demoniaco. «Stavi per soffocarmi!»

«Peccato che non ci sia riuscita…» rispose la ragazza, mentre gli ultimi soldati della Gendarmeria sparivano oltre il margine della scalinata.

«Sì, ma l’hai visto? Quello era proprio quello scemo di Franky!» disse Carson, quasi divertito, come se quel nome evocasse in lui una remota forma di ilarità.

La rossa, meno contenta di ciò che le era appena toccato vedere, cominciò a frugare in fretta nella borsa a tracolla.

«Certo che l’ho visto, vecchio mio. Il sergente istruttore Francisco Ramones Y Delafuente: il più grande babbeo che le fila della Gendarmeria abbiano mai avuto l’onore di sopportare.»

Cecily parlò con un mezzo sorriso, mentre estraeva dalla borsa un vecchio fazzoletto da collo in cotone, di un rosso ormai spento. Dopo averlo piegato, se lo legò attorno al viso, coprendosi la bocca e parte del naso come facevano i ladri di bestiame delle pianure.

«Quegli idioti, invece di marciare come soldatini di piombo, dovrebbero darsi una mossa. Giù ai Seven Points hanno bisogno di loro, e questi giocano alla marcia reale…»

Con il volto nascosto dal foulard e dall’ampio cappellaccio nero, Cecily sembrava più una fuorilegge che una cittadina preoccupata per il proprio quartiere.

Carson la guardò dalla bisaccia, stringendosi al suo interno come se volesse nascondersi dalla risposta ancora prima di sentirla.

«E ora cosa pensi di fare, bella mia?»

«Te l’ho già detto. Alziamo i tacchi e andiamo da questo Von Buren. Non ci vuole uno studio per capirlo.»

«Sì, grazie. Fin lì c’ero arrivato pure io. Ma dove pensi di trovarlo? Sotto qualche sasso? Oppure hai intenzione di vagare tutta la notte conciata come un bandito gridando ai quattro venti: “Von Buren, dove sei? Vieni fuori che ti conciamo per le feste”?»

«Taci, linguaccia.»

La pistolera si tenne lontana dalla via principale che conduceva al centro cittadino, dove sorgevano gli splendidi palazzi degli aristocratici. Scavalcò invece alcune alte siepi e imboccò i giardini che costeggiavano la Main Road.

«Linguaccia? A me?» ribatté Carson, indignato. «Sei proprio un’irriconoscente! Guarda che ti faccio da coscienza e, a volte, anche da intelligenza, cara la mia furbona! Cercare un singolo ingegnere magico della Lonely Star nel Quartiere Nobile è come cercare un ago in un pagliaio. Come rincasare la sera e trovare in tavola non il solito latt…»

«Non se sai dove cercare, piantagrane» lo interruppe sottovoce Cecily.

Avanzava guardinga nel verde dei parchi immersi nell’oscurità, stando bene attenta a evitare le oasi di luce proiettate dai lampioni.

«Di solito» continuò, «quei palloni gonfiati della Lonely Star, quando vengono per lavoro qui a Falstaff, vengono ospitati in una villa di lusso non molto lontana da qui.»

«Parli dell’ambasciata della loro gilda nella capitale?» chiese Carson, quasi sbalordito.

«Esattamente. Possiamo arrivarci in meno di cinque minuti attraversando i giardini che seguono la Main Road.»

«Diamine!» miagolò il felino, sbuffando fuori dalla borsa il fumo della sigaretta che nel frattempo si era acceso. «A parte il fatto che tu sei matta da legare, come fai a essere certa che il nostro uomo sia proprio lì? Te lo ha detto forse un uccellino stamattina appena sveglia?»

«No, caro il mio burlone. Quando ero nella Gendarmeria mi è capitato fin troppo spesso di fare da scorta a uno di quei maghi da strapazzo. Per tua informazione, era uno degli incarichi principali dei cadetti della scuola ufficiali. Quindi pochi ma e pochi se, prima che perda la pazienza.»

«Ah, la fai sempre semplice tu» continuò imperterrito il gatto, borbottando come una pentola di fagioli. Mise fuori la testa dalla tracolla e fece dondolare la zampa per liberarsi della cenere dal mozzicone. «Arriviamo là, suoni il campanello e, appena ti rispondono, dici col sorriso a trentadue denti: “Buonasera, beccamorti! Cerchiamo Von Buren. Portateci da lui o vi innaffiamo di piombo.” Proprio un piano geniale. Complimenti, Cecily Campbell. Sono commosso. Veramente.»

La pistolera continuava a muoversi nelle ombre degli alberi e delle siepi, attenta a non incappare in qualche ronda. Poi ficcò una mano nella tracolla, afferrò l’orecchio di Carson e tirò con decisione.

«Ehi! Ehi! Ahiaiai! Fa male!»

«Allora dacci un taglio, uccello del malaugurio! E poi chi ha detto che entreremo dalla porta principale?»

Cecily mollò la presa. Carson si strofinò l’orecchio con aria mortalmente offesa.

«Ci prenderanno… ci impiccheranno… non c’è speranza… siamo finiti… addio, mondo crudele…» continuò a miagolare sommessamente.

«Vedrai, testa di vitello. Filerà tutto liscio come l’olio.»

«Cecily, la vuoi sapere una cosa?» disse all’improvviso Carson, ficcando di nuovo la testa nella bisaccia.

«Dimmi.»

«Sai che hai dimenticato un tuo reggipetto qua dentro?»

«Cosa?!»

La pistolera avvampò di vergogna e si fermò di colpo per verificare se quanto affermava il suo compagno fosse vero.

Carson sorrise con malizia.

«Scherzo. Era per sciogliere la tensione del momento. Ti vedevo tesa.»

«Chi? Io?» Cecily strinse gli occhi. «Aspetta che torniamo ai Seven Points e poi te la do io la cena…»

Il Quartiere Nobile di Falstaff, se paragonato alla sua controparte distesa al di sotto della Grande Scala, sembrava appartenere a una città completamente diversa da quella in cui sorgevano i Seven Points.

La parte alta della capitale occupava una collina al centro dell’unica vera metropoli dell’Unione dei regni di Gaerth. Vista di notte, non pareva affatto uno degli ultimi avamposti civilizzati prima delle immensità della Grande Frontiera, ma una città radiosa e cosmopolita come quelle del Vecchio Mondo, al di là dell’Oceano Bianco.

Il buio della notte era solcato dalle luci morbide di lunghe file di lampioni a gas. Le vie di acciottolato, ordinate e pulite, erano delimitate da aiuole gremite di fiori pronti a schiudersi alla primavera ormai prossima.

Gli alti e austeri palazzi, con ampie balconate in marmo o lunghi portici sorretti da colonnati in pietra, brillavano di mille riflessi sotto la luce magica delle meridiane galleggianti. Quei congegni, sospesi nell’aria come piccoli soli artificiali, diffondevano bagliori multicolore capaci di illuminare a giorno le vie principali.

Le vetrine delle botteghe e dei lussuosi atelier di sartoria per gentiluomini e signore erano ancora accese. Al loro interno, automi di legno mossi dal vapore magico, vestiti con eleganza impeccabile, si muovevano meccanicamente per mostrare la mercanzia ai passanti.

Nell’aria dondolava la nenia lontana di un carillon.

Nonostante l’ora, carrozze in mogano scuro attraversavano spesso le strade della capitale. Cocchieri eleganti tenevano i finimenti di cavalli alti, possenti e perfettamente strigliati. Ogni tanto, il rombo dei calessi e delle diligenze a vapore rompeva la quiete, mentre i fanali dei mezzi moderni, figli della Rivoluzione Industriale Magica, lasciavano nella penombra il loro classico alone bluastro.

In quello sfarzo caleidoscopico, il cielo notturno era quasi invisibile. Soltanto le ellissi della Barriera Armonica continuavano a ruotare senza sosta, ognuna lungo la propria traiettoria.

Le stelle, che di norma nel cielo di Gaerth brillavano a moltitudini, apparivano lontane e sbiadite, sommerse dalle luci artificiali del progresso. Persino i sette colori della Crazy Rainbow Star erano appena percepibili a occhio nudo.

Nei Seven Points, il cielo faceva paura perché la Barriera poteva spezzarsi.

Nei Quartieri Nobili, il cielo spariva perché il progresso brillava troppo.

In lontananza, tra lunghe file di edifici dalle architetture ammalianti, un’immensa cancellata in ferro battuto circondava l’austero Palazzo del Reggente.

La reggia nobiliare sorgeva al centro di Falstaff: un edificio in marmo bianco, alto e imponente, con una facciata classica sorretta da grandi colonne. Sopra di esse si innalzava una cupola elegante, che divideva le due ali del palazzo come una corona posata sulla città.

Non molto distante, un altro edificio, ben più lugubre della Reggenza, si stagliava nella notte. Larghi riflettori a gas lo illuminavano dal basso, facendone emergere la sagoma massiccia come quella di una fortezza.

La costruzione, a pianta perfettamente esagonale, aveva poche finestre, alternate a file di feritoie. Sulla sommità, lunghi camminamenti destinati alle ronde percorrevano l’intero perimetro, interrotti solo da torrioni che fungevano da punti di osservazione verso le Pacific Plains.

Al centro dell’esagono di pietra svettava un’unica torre a pianta quadrata. La facciata era attraversata da immense vetrate barocche, spesso celate dietro pesanti tendaggi, e da un grande balcone centrale situato all’ultimo piano.

Quella roccaforte dall’aspetto tetro, quasi il contraltare dello sfarzo aristocratico del Palazzo della Reggenza, era il Comando della Gendarmeria dell’Unione. Al suo centro sorgeva la cosiddetta Torre della Giustizia, sede dello Stato Maggiore delle forze armate.

Una bandiera blu e bianca, su cui una sciabola e un moschetto dorati stavano incrociati, garriva senza sosta nel vento primaverile della notte.

Cecily, pur muovendosi in fretta, non poteva fare a meno di gettare ogni tanto uno sguardo verso quel vessillo.

Lo detestava, con tutta se stessa.

Nobili e militari. Loro erano la colpa di tutto. Della miseria che affliggeva i Quartieri Popolari, delle condizioni sempre più dure di chi viveva al limite della Barriera Armonica, del fallimento nella conquista della Grande Frontiera.

Anche la guerra che si profilava all’orizzonte con la Confederazione delle gilde era figlia della loro inettitudine.

Nobili e militari. La loro arroganza. La vigliaccheria nascosta dietro le mostrine luccicanti. I sorrisi finti. L’ingordigia di persone capaci di commettere atti terribili e chiamarli giustizia.

Non era soltanto la magia ad avvelenare Gaerth.

Era l’ingiustizia.

Ma nessuno poteva cambiare davvero lo stato delle cose. Come non si poteva fermare la fuoriuscita incontrollata del Mana su Gaerth, così non si poteva sperare che gli uomini cambiassero la propria natura.

Cecily lo sapeva fin troppo bene.

Nonostante fosse diventata una pistolera temuta grazie ai suoi poteri Jesper, il suo sogno non si era realizzato. Non poteva difendere tutte le persone di Gaerth dalle ingiustizie e dai Demoni partoriti dall’avvelenamento magico. Non avrebbe mai raddrizzato tutti i torti che ogni giorno si consumavano nella Grande Frontiera.

Le persone avrebbero continuato a vivere dentro le gabbie delle Barriere Armoniche, almeno fino a quando il Mana non avesse cominciato a infettare anche loro.

Il resto erano soltanto gli stupidi sogni di una bambina, svaniti nel diventare adulta.

Di tutte le promesse fatte col cuore, in quei giorni lontani, era rimasta soltanto la necessità di raggranellare qualche dollaro per sopravvivere.

Nulla più.

Cecily non era riuscita a diventare la pistolera più forte del mondo. Era solo una ragazza delusa che usava la pistola per campare.

Eppure, nonostante quel rendiconto disastroso, a spingerla un giorno dopo l’altro restava lo stesso sentimento che l’aveva fatta sognare da bambina.

La ricerca della giustizia.

Proprio per questo, mentre procedeva nel buio scavalcando siepi e recinzioni, Cecily non temeva ciò che le sarebbe potuto accadere infiltrandosi nell’ambasciata della Lonely Star.

Qualcuno aveva osato toccare ciò che le era più caro: il suo quartiere, gli abitanti dei Seven Points e l’uomo che l’aveva cresciuta con tanto amore pur non essendo il suo vero padre.

Avrebbe ritrovato il Cristallo di Mana dell’Harmonixer.

E avrebbe preso a calci nel sedere chiunque avesse provato a ostacolarla, anche a costo di sommergere di lavoro il becchino.

D’improvviso, proprio mentre la cowgirl e il suo pard felino si avvicinavano a un’elegante e ampia tenuta, simile per forma e architettura a quelle dei ricchi fazendero delle Pacific Plains, l’aria notturna fu attraversata dal suono di numerose campane. Ciascuna aveva una tonalità diversa, e i rintocchi si intrecciavano in una sinfonia solenne che aleggiò sopra Falstaff.

Cecily guardò d’istinto verso l’alto.

In lontananza, le altissime Torri Cardinali della capitale diffondevano la loro sinfonia notturna. I quattro grandi orologi, all’unisono, segnavano lo scoccare della mezzanotte.

L’entrata principale dell’ambasciata, nascosta in parte dietro una cinta muraria non troppo alta, sembrava pesantemente chiusa.

Stranamente, nei dintorni non c’era nessun gendarme di guardia. Né davanti all’ingresso, né lungo il perimetro.

Cecily emerse dal buio che ammantava il verde circostante e si guardò intorno.

La via era deserta. Dalla Main Road giungeva soltanto, di tanto in tanto, il fracasso delle caldaie delle carrozze a vapore lanciate a tutta velocità.

Restando nelle ombre, la pistolera scavalcò un’ultima siepe e attraversò di corsa la strada, fino ad acquattarsi contro il muro bianco sormontato di tegole che fungeva da recinzione della fazenda.

Spalle al muro, il bavero del lungo soprabito alzato per celarsi meglio, Cecily fece due passi in direzione del cancello d’entrata.

Poi si bloccò.

Girò lentamente il capo e si allungò per gettare un’occhiata oltre le fitte sbarre di ferro battuto.

L’elegante cortile, addormentato nella penombra di poche lanterne a gas sistemate sotto il porticato, era immerso nel silenzio più assoluto.

Tra le aiuole gremite di fiori bizzarri, le piante grasse irte di spine e una fontana in marmo bianco affiancata da panchine ornamentali, non sembrava esserci anima viva.

La pistolera in nero attese lunghi istanti senza muoversi, cercando nel buio il lume di qualche guardia impegnata nella ronda notturna.

Niente.

Il cortile pareva deserto. Dei gendarmi di servizio, nemmeno l’ombra.

Cecily sapeva fin troppo bene che all’ambasciata della Lonely Star c’erano sempre almeno quattro cadetti di guardia. Quando era nella Gendarmeria, le era capitato spesso di svolgere proprio quel servizio ingrato.

La cosa iniziava a farsi sospetta.

E non poco.

«Ehi, Carson» bisbigliò la cowgirl verso la borsa a tracolla. «Qui la cosa puzza.»

«Non guardare me. Io la doccia me la sono fatta prima di uscire e…»

«Spiritoso. Non c’è nessuno di guardia. Non ti pare un tantino strano?»

La rossa infilò una mano nella borsa ed estrasse Carson per la collottola.

«Ehi, ragazza mia! Guarda che non sono un pacco postale!» protestò il micio, stiracchiando le zampe in aria. «Come sarebbe che non c’è nessuno?»

«Qualcuno deve esserci. Le luci all’interno della villa sono accese. Però è strano che non ci sia traccia della ronda notturna.»

«Magari si sono presi cinque minuti di pausa per farsi un goccio. Ora che mi ci fai pensare, anche io ho la gola secca.»

«Allora renditi utile e ti condono le due pinte di birra che mi devi domani.»

Carson le rivolse uno sguardo offeso.

«Di grazia, come siete magnanima.»

Il felino saltò a terra con acida ironia, ancora moralmente ferito per la bruciante sconfitta subita sulla scacchiera. Poi si posizionò davanti al muro di recinzione.

«Vado a dare un occhio. Non ti muovere e non fare niente che io non farei.»

«Cioè perdere sempre a scacchi, balordo d’un gatto?» lo canzonò Cecily, con una punta di sarcasmo utile a sciogliere la tensione.

Carson la fissò come se gli avesse appena conficcato una baionetta nell’anima.

«Sei senza cuore.»

Poi si voltò verso il muro.

«Sliding Doors.»

Tra le zampe del gatto, dopo un breve brillio magico, apparve qualcosa di simile a un grosso lapis. Carson lo afferrò con naturalezza e tracciò contro il muro bianco il profilo di una piccola porta da saloon, adatta alle sue dimensioni.

Cecily non sapeva bene che cosa fosse quella magia. Non era un Jesper, almeno non come quelli degli esseri umani. Era una delle tante stranezze di Carson: una bizzarria inspiegabile, una capacità assurda che il suo compagno usava con la stessa disinvoltura con cui rubava sigarette, beveva birra o perdeva a scacchi fingendo di essere stato imbrogliato.

L’istante successivo, il gatto spinse la porticina con una zampa e attraversò il passaggio magico appena disegnato.

«Senza cuore…» ripeté sconsolato, prima di sparire nelle ombre dall’altra parte del muro.

Lunghi istanti di nulla passarono, ovattati dalla notte e interrotti soltanto dal ticchettio dell’orologio a cipolla che la pistolera portava nel taschino del gilet.

Cecily, senza riuscire a spiegarsi il perché, si ritrovò a fissare le sette stelle colorate della Crazy Rainbow Star.

Era da tanto tempo che non lo faceva.

Osservare il loro splendore multicolore la tranquillizzava, come quando era soltanto una bambina.

«Nonno, perché quelle stelle in cielo sono colorate?»

«Quelle, Cecily?»

«Sì-sì! Sono bellissime! Come brillano!»

«Oh, bambina mia, quella è la Crazy Rainbow Star.»

«La Crazy Rainbow Star? Che nome strano…»

«Eh eh. Guardale bene. Le stelle che brillano in quella costellazione sono sette e hanno gli stessi colori dell’arcobaleno: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto.»

«Ma allora perché non si vedono sempre tutte le notti?»

«Perché la Crazy Rainbow Star è una costellazione magica. Appare quando il Mana soffia forte sul nostro pianeta.»

«Davvero?»

«Certo. E lo sai che esiste un tesoro capace di far brillare per sempre quelle stelle?»

«Davvero, nonno? E dov’è?»

«Te lo racconto domani. Ora chiudi gli occhi e dormi che è tardi.»

«Ma io lo voglio sapere adesso! Dai, ti prego, dimmi dov’è quel tesoro!»

«Il primo requisito per trovare il tesoro della Crazy Rainbow Star è avere il cuore puro… e, per cominciare, essere una brava bambina ubbidiente.»

«Ma nonno…»

«Ora dormi, Cecily. Io scendo di sotto a finire di pulire il locale.»

«Va bene… ma promettimi che domani finisci di raccontarmi il segreto del tesoro!»

«Promesso.»

«Sai, quando sarò grande e diventerò la pistolera più forte del mondo, andrò a cercarlo. Voglio vedere quelle stelle colorate ogni notte… buonanotte, nonno.»

«Buonanotte, piccolina.»

La voce nasale di Carson, riemerso dalla porta magica sul muro, strappò Cecily alle immagini di quel ricordo lontano.

«Il cortile è più pulito del mio portafogli, rossa» disse il gatto nero, tornando accanto alla cancellata con il lungo ciuffo che ballava sopra i grandi occhi gialli. «Di gendarmi nemmeno l’ombra.»

«Forse sono all’interno. Quei dannati maghi della Lonely Star sono paranoici come pochi. Magari questo Von Buren vuole essere sorvegliato a vista.»

«Be’, tutti i torti non ce li ha.» Carson frugò nella tracolla di Cecily alla disperata ricerca di una sigaretta che non c’era. «Non per niente siamo qui per mischiargli le ossa se non ci dice cosa diavolo è successo al nostro Harmonixer.»

«Ci puoi contare, vecchio mio. Ora vedi di tornare dentro e aprire questo dannato cancello.»

Carson estrasse la testa dalla borsa e guardò Cecily sbuffando. Non sapeva se lo facesse arrabbiare di più essere senza sigarette o dover contrastare in eterno le idee suicide della propria padrona.

«Ehi-ehi-ehi! Frena la diligenza, bellezza! Non eri tu quella che diceva di usare un’altra entrata? Non vorrai mica suonare il campanello per davvero?»

«E se anche fosse? Preferisci forse che te le suoni io? Piantala di protestare e apri questo cancello della malora, prima che mi arrabbi e ci ripensi su quelle due pinte.»

«Questo è un ricatto. Chiederò i danni morali.»

Carson, borbottando come una pentola di fagioli e agitando le zampe in aria, riattivò lo Sliding Doors e tornò all’interno della cancellata.

Il gatto spiccò un salto poderoso, afferrò la maniglia del catenaccio e, facendo valere tutto il proprio peso, riuscì ad aprirlo.

Cecily sgusciò all’interno del cortile come una saetta, continuando a scrutare il buio senza allontanare la mano dalla fondina dove Cherry, momentaneamente, dormiva.

Carson, invece, era rimasto seduto su quattro zampe al limite del cancello, a guardare la propria pard muoversi in direzione dell’entrata.

«Ecco fatto, Cecily. Il mio l’ho fatto. Arrivederci e grazie. Ci si vede dopo giù allo Shooting Star…»

Un urlo agghiacciante, seguito da un boato portentoso, riempì all’improvviso la notte, facendo morire ogni velleità di fuga al felino.

Persino nello spavento, Carson non perse il suo pessimo senso dell’umorismo.

«Oh-oh. Mi sa che qualcuno ha suonato il campanello prima di noi…» miagolò in direzione di Cecily, tremando come una foglia.

Ma era troppo tardi.

La cowgirl in nero, con l’ampio stetson battuto dal vento contro le spalle, aveva già estratto le pistole gemelle e correva a perdifiato verso il portone d’entrata.

L’aria, intanto, si era fatta gelida e tersa, come prima di una nevicata.

«Ma perché finisce sempre così?» sospirò il gatto, rassegnato a dover correre per l’ennesima volta dietro a quella scavezzacollo di Cecily.

Carson si fece coraggio e inseguì la rossa chioma della sua padrona, profondamente preoccupato dalla piega che stavano prendendo gli eventi.

Non era il tempo atmosferico a fare le bizze.

Quel freddo improvviso puzzava di guai.

E di Mana armonizzato da un Jesper.