«Hai visto, piagnucolona che non sei altro? Sarai anche cresciuta, ma resti sempre la solita mocciosa. Ci vuole ben altro per mettermi al tappeto, signorina…»
«Non sono una piagnucolona» rispose Cecily a denti stretti, fingendo un sorriso mentre il dottor Hardin visitava il vecchio sindaco dei Seven Points. «E se non chiudi quella boccaccia, vecchio caprone che non sei altro, giuro che ti faccio nero.»
Il medico del Quartiere Popolare Numero 7, un uomo tondo e pacifico di mezza età, dopo un ultimo controllo al petto di Hannibal cominciò a infilare con cura lo stetoscopio nella borsa usurata di pelle.
Padre e figlia adottiva continuavano a battibeccare come facevano da diciannove anni.
L’interno dello Shooting Star era illuminato appena da alcune lampade a olio. La loro luce tremolante danzava sulle superfici di legno scuro della vecchia birreria.
Alcune erano state sistemate alla rinfusa sui tavolacci vuoti, creando giochi d’ombra su carte da gioco abbandonate e bicchieri ancora mezzi pieni, lasciati lì dagli avventori che, all’inizio del blackout, si erano precipitati in piazza per capire cosa stesse accadendo.
Un gruppo più nutrito di lampade, invece, era stato raccolto attorno all’ampia sedia su cui Hannibal era stato adagiato in fretta e furia. Molte erano sostenute dagli stessi abitanti dei Seven Points, preoccupati per le condizioni di salute del loro amato sindaco.
Un silenzio carico d’attesa venne rotto dalla voce di Cecily.
«Come sta, dottor Hardin?»
La ragazza dai capelli rossi teneva il cappello da cowboy stretto contro il petto. Il suo viso pallido era attraversato da una preoccupazione che non riusciva a nascondere.
L’intera birreria attese la risposta del medico.
Joshua Hardin sospirò, poi bevve un sorso da una fiaschetta in radica usurata. Dall’odore, sembrava bourbon.
«Il cuore è molto debole. C’è mancato davvero poco a un infarto, signorina Campbell.» Parlava con tono mesto, ma fermo. «Le uniche cure che conosco per questo genere di acciacchi sono riposo, medicine prese con regolarità e, magari, evitare di strapazzarsi continuamente. Non mi sembra la prima volta che faccio questo tipo di raccomandazioni, vero, signor sindaco? Dovrebbe tenerselo a mente. Il camposanto è pieno di uomini dalla memoria corta.»
Hannibal tossì, poi sorrise, quasi volesse tranquillizzare tutti.
«Sa, dottore, con la vecchiaia sto diventando smemorato e faccio fatica a ricordare…»
«Stai zitto, babbeo!»
Cecily gli lasciò andare uno scappellotto poco delicato sulla testa.
«Quante volte ti dico di riguardarti, eh? Quante? Ci vuoi forse vedere morti di crepacuore, incosciente che non sei altro?»
Sembrava davvero arrabbiata, e molti abitanti dei Seven Points la guardarono un po’ intimoriti.
«Guarda che così lo ammazzi tu… Miss Delicatezza…» miagolò Carson con innocenza, girando attorno alle gambe della padrona e strofinandosi contro gli stivali.
«Comunque sia» riprese il medico, con un alito che puzzava d’alcol a un miglio di distanza, «lo terrò sotto osservazione almeno per questa notte. Qualcuno vada a prendere un calesse. Lo porteremo nel mio sgabuzzino.»
Due uomini robusti, ancora con indosso i vestiti logori da operai delle filande, si infilarono il cappello senza farselo ripetere.
«Ci pensiamo noi, dottor Hardin. Due minuti e saremo di ritorno.»
Detto questo, uscirono a passo sostenuto nella notte buia dei Seven Points.
«M-ma non è necessario!» tentò di protestare Hannibal, con la voce tremante. «Il mio posto ora è qui… devo prima risolvere il problema dell’Harmonixer…»
«Per quello, Mr. Nelson» giunse dalla penombra la voce di Conrad Fortman, di ritorno dal retrobottega, «non deve preoccuparsi. Ho appena telegrafato al Comando di Gendarmeria. Mi hanno garantito che manderanno al più presto un intero plotone per riportare l’ordine.»
«Come no. Meglio tardi che mai» commentò Cecily, carica di sarcasmo. «Potrebbero prendersela ancora più comoda, intanto che ci sono.»
La frecciata, rivolta all’incompetenza del corpo armato dell’Unione, attraversò lo Shooting Star senza che nessuno avesse troppa voglia di contraddirla.
«Oltretutto» aggiunse il maniscalco, asciugandosi la fronte imperlata di sudore, «mi hanno assicurato che in pochi minuti azioneranno i riconvertitori di Mana e riattiveranno le nostre condotte di energia.»
Un sospiro di sollievo si levò tra i presenti.
Per un istante, quasi tutti sembrarono dimenticare il Demone che pochi minuti prima aveva seminato distruzione nel quartiere. Solo la fortuna, e l’intervento della figlia del sindaco, avevano evitato che qualcuno ci rimettesse la pelle.
«Gendarmi a parte, com’è la situazione giù alla Barriera Armonica?» chiese Cecily bruscamente a Conrad.
«Billie Horton ha organizzato un gruppo di volontari. Hanno preso le spingarde e sono andati giù alla Porta Ovest a controllare. Dalle prime notizie che mi hanno mandato, sembra che la Crepa sia stata riassorbita.» Conrad abbassò la voce. «Speriamo comunque che riattivino presto il flusso di Mana Armonizzato nella nostra ellisse. Se qualcos’altro dovesse entrare, non credo che quei ragazzi e i loro moschetti arrugginiti potrebbero tenergli testa.»
Il maniscalco fece una pausa, pensieroso.
Poi guardò Cecily.
«Ah, piuttosto… noi tutti ti dobbiamo ringraziare. Ci hai salvato da quel Demone.»
«I complimenti, Mr. Fortman, teneteli per dopo. Per quando arriveranno le giubbe blu della Gendarmeria a portare pace e giustizia a buon mercato.» La pistolera lo interruppe con un tono carico di risentimento. «Ora abbiamo ben altri problemi a cui badare. Qualcuno ha pensato bene di fregarci sotto il naso il Cristallo di Mana del nostro Harmonixer.»
Dalla folla raccolta nello Shooting Star si alzò all’istante un mormorio di sconcerto.
Poi una selva di domande riempì l’aria.
«Chi può essere stato?»
«Perché l’ha fatto?»
«Ma la camera è blindata!»
«La Barriera! Come faremo ora senza?»
«È la fine!»
Hannibal, d’improvviso, si fece forza.
Inspirò profondamente e azzittì quella rumorosa platea alzando la voce.
«Volete stare zitti per un solo secondo, razza di pecoroni?» tuonò, mentre Cecily e il dottor Hardin cercavano invano di calmarlo. «Siamo nei guai fino al collo, lo capite? Senza Harmonixer siamo spacciati! Invece di stare qui a lamentarci, dobbiamo trovare una soluzione. E subito!»
«Calmati, nonno. Ho detto di calmarti! Il tuo cuore…»
«Me ne infischio del mio cuore, ragazzina!»
Nonno…
L’anima della cowgirl si spezzò nel vedere il proprio vecchio soffrire così tanto.
Da fuori giunsero lo scalpiccio degli zoccoli e il rumore delle ruote di legno di un calesse.
La porta dello Shooting Star si aprì di nuovo.
I due operai rientrarono portando una rudimentale lettiga per trasportare Hannibal. Con loro c’era anche la signora Morris, una gentile massaia del quartiere che spesso aiutava il dottor Hardin a prendersi cura dei malati dei Seven Points.
Il vecchio, dopo la sfuriata, aveva esaurito le poche forze rimastegli in corpo. In preda a quella che sembrava una nuova crisi, si riportò la mano al petto e strinse i denti per il dolore.
«Presto, presto!» sbraitò il dottor Hardin rivolgendosi ai due uomini con la lettiga.
Altri cowboy si fecero avanti e sollevarono con premura il malandato sindaco dalla sedia, per poi adagiarlo delicatamente sulla barella improvvisata.
Hannibal, proprio mentre i giovani si dirigevano verso l’uscita dello Shooting Star, prese d’improvviso la mano di Cecily e la strinse con forza.
I suoi occhi, sbiaditi dal malore, erano lucidi come lei non li aveva mai visti.
Grosse lacrime sembravano sul punto di scivolargli lungo il viso rugoso.
«Ascoltami, Cecily… ascoltami attentamente, bambina mia…» disse con un filo di voce, spezzato dalla fatica e dalla commozione. «Dobbiamo ritrovare il Cristallo… tutta la gente dei Seven Points conta su di me…»
«Non ti devi preoccupare, nonno» rispose la ragazza con una dolcezza triste. «Sistemerò tutto io. Tu pensa solo a riposarti, adesso.»
Le mani si lasciarono.
La lettiga uscì nell’oscurità della notte, seguita dal dottor Hardin e dalla signora Morris.
Nella penombra dello scalcinato saloon scese un silenzio di tomba.
Tutti i presenti, quasi all’unisono, si levarono il cappello in segno di rispetto verso Hannibal.
Il loro sindaco, nonostante le angherie dei gendarmi e le cattive condizioni di salute, continuava ad avere come priorità il benessere della sua comunità.
Lo scalpiccio degli zoccoli ferrati riempì ancora l’aria notturna, poi si allontanò.
Lentamente, lo Shooting Star cominciò a svuotarsi. Gli abitanti dei Seven Points, stanchi e atterriti, tornarono alle loro misere abitazioni sperando che da un momento all’altro arrivasse l’amata e odiata Gendarmeria, e che quel terribile blackout avesse fine.
Le molte lanterne che illuminavano la birreria si allontanarono una dopo l’altra nella notte.
Dopo una manciata di minuti, solo due erano rimaste all’interno, appoggiate sul bancone in legno scuro consumato da lunghi anni di servizio.
Cecily sedeva su uno degli alti sgabelli, ancorata al silenzio più che al legno.
Fissava la propria penombra riflessa nella specchiera dietro gli scaffali degli alcolici.
Nonno… non morire… ti prego, non lasciarmi sola.
Avrebbe dovuto seguire quello sgabuzzino di ubriacone del segaossa e aiutare a vegliare Hannibal. Eppure qualcosa continuava a girarle in testa senza sosta.
Ricordi, sogni e rabbia si mischiavano in un buio così opprimente da far sembrare le due lampade a olio rimaste dei lumicini spauriti davanti all’oscurità.
— Nonno, cos’è quello?
— Questo, Cecily, è l’Harmonixer del nostro quartiere. In questo scatolone di ferro c’è una magia che tiene lontano i mostri.
— Davvero, nonno? Una magia?
— Sì, piccolina. Grazie a lui tu puoi giocare liberamente nella piazza dei Seven Points senza avere paura.
— Ma io non ho paura, nonno! Quando sarò grande diventerò la pistolera più forte di tutta la Grande Frontiera e sconfiggerò tutti i mostri.
— Eh eh, Cecily… guarda che non è così facile.
— E invece ti dico di sì! L’altra sera, dalla finestra, ho visto una stella cadente attraversare il cielo e ho espresso un desiderio.
— Cioè?
— Te l’ho detto! Diventerò la pistolera più forte del mondo. Così potrò aiutare i deboli e le città non avranno più bisogno delle barriere, perché le difenderò io!
— Allora, Cecily, esprimere un desiderio non basterà. Per far sì che il tuo sogno si avveri devi crederci. Con tutta te stessa.
— Ma nonno! Le stelle cadenti non dicono mai bugie! Avverano sempre i desideri delle persone, vero?
— Sì, bambina mia. Ora fila a lavarti i denti. Poi a nanna, che è tardi. Su, forza.
Lo scricchiolio delle vecchie assi del pavimento strappò Cecily ai lontani ricordi della sua infanzia.
Mr. Fortman, l’ultimo uomo rimasto nello Shooting Star, si avvicinò alla pistolera dalla chioma rossa e si appoggiò allo sgabello accanto al suo.
Carson pareva essere sparito nel buio, anche se il giallo dei suoi occhi felini ne tradiva la presenza vicino a una vecchia stufa in ghisa color senape, dove pochi carboni ardevano ancora.
«Signorina Campbell» cominciò sottovoce il corpulento maniscalco, stropicciando nervosamente la bombetta usurata, «mi dispiace per quanto è accaduto a vostro padre. Tuttavia non dovete abbattervi. Conosco Hannibal da una vita. È una roccia. Non ci vuole così poco per metterlo fuori combattimento.»
«Non è questo il punto, Conrad.»
Cecily fece danzare tra le dita un proiettile estratto dalla cartucciera che portava in vita.
«Il Cristallo di Mana, dannazione. Voglio sapere chi è quel figlio di buona donna che lo ha preso. Voglio averlo per le mani e strozzarlo come un gallinaccio.»
Il maniscalco non disse nulla.
Prese due bicchieri di cristallo ormai opaco e li riempì di whisky dalla bottiglia che dormiva solitaria sul bancone.
L’odore pungente del liquore torbato riempì immediatamente la penombra.
Carson uscì dal buio e cominciò a fare le fusa attorno alle gambe di Conrad.
L’uomo, che conosceva bene le abitudini del gatto di Cecily, prese una scodella bassa, vi versò dentro un goccio di whisky e la appoggiò a terra.
Il felino vi ficcò subito il muso e iniziò a leccare avidamente.
«Un goccio è quello che ci vuole in questi momenti, signorina Campbell» disse Conrad.
Alzò il bicchiere e bevve il liquore tutto d’un fiato.
Dopo un lungo sospiro, l’uomo tornò a rivolgersi alla cowgirl. Il suo volto era pensieroso.
«Per l’animaccia del diavolo… chi può essere stato a compiere il furto? E soprattutto, come può esserci riuscito? Solo il sindaco del quartiere ha la chiave d’accesso alla stanza blindata dell’Harmonixer. Non credo che quella serratura sia così facile da scassinare.»
«Anche perché non è stata scassinata» aggiunse Cecily, facendo girare lentamente il whisky nel bicchiere.
Conrad rimase in silenzio per qualche istante.
Poi sembrò ricordare qualcosa.
«Hannibal, stamattina, mi ha detto che un certo tizio della Lonely Star, un tale Von Buren, se ricordo bene, sarebbe passato nel pomeriggio per regolare l’Harmonixer in vista della Stagione di Caccia e dell’intensificarsi dei Demoni.»
Il maniscalco si grattò la nuca.
«Tuttavia oggi sono stato indaffarato tutto il giorno in bottega con alcuni mustang selvaggi della Gendarmeria, che non ne volevano sapere di portare i ferri. Non ho fatto caso se la manutenzione sia stata fatta oppure no.»
Cecily appoggiò d’improvviso il bicchiere sul bancone.
«Uno scienziato-mago della Lonely Star?»
«Sì, signorina Campbell. I maghi della gilda addetti alla manutenzione degli Harmonixer. Ognuno di loro possiede una chiave universale per accedere agli antichi macchinari e…»
Conrad si interruppe.
La guardò con preoccupazione.
«Cecily, non starete mica pensando che sia stato proprio l’ingegnere della Lonely Star a rubare il Cristallo di Mana, vero?»
La cowgirl si rimise in testa il cappellaccio nero.
Poi si alzò dallo sgabello, abbottonò il lunghissimo spolverino e si avviò verso l’uscita dello Shooting Star con le mani in tasca.
«A pensare male, a volte ci si azzecca, Mr. Fortman.»
Sotto l’ombra del cappello, il suo volto era attraversato da uno strano sorriso.
«Von Buren, avete detto. Giusto?»
Il maniscalco conosceva quella testa calda di Cecily sin da quando Hannibal, di ritorno da un viaggio misterioso di cui non aveva mai raccontato niente a nessuno, si era presentato ai Seven Points con una bambina ancora in fasce.
Aveva già intuito che piega avrebbero preso le cose.
Cercò in fretta di riportarla alla ragione.
«Signorina Campbell, dove pensate di andare adesso? Le nostre sono solo supposizioni. Fermatevi un attimo a ragionare, senza partire come al solito a testa bassa. Non avete nemmeno bevuto il vostro whisky.»
«Siete il solito malpensante, Conrad.» Cecily non perse il sorriso inquietante. «Non vado ad ammazzare nessuno. Ho solo bisogno di una boccata d’aria. Ultimamente non riesco a chiudere occhio di notte e, dopo quello che è successo stasera, devo schiarirmi un poco i pensieri.»
«Miss Campbell…» Conrad sospirò con rassegnazione. «Non me la date a bere. Ad ogni modo, fate attenzione. Ve ne prego.»
«Non preoccupatevi, Conrad. Una passeggiata non ha mai fatto male a nessuno. Il whisky lasciatelo pure lì. Sarò di ritorno tra non molto.»
Detto questo, la pistolera uscì dal saloon e sbucò nella notte buia dei Seven Points.
Carson, dopo essersi scolato la sua razione di whisky, la seguì passo passo con una camminata incerta e caracollante. Il gatto aveva la testa leggera e le zampe molli per il troppo alcol.
Cecily attraversò spedita la piazza con le mani in tasca, lo stetson calato sugli occhi e un’andatura vagamente ingobbita.
Alcuni uomini, non senza fatica, stavano raddrizzando carri ribaltati dalla furia del mostro. Altri, con le pale in mano, cercavano di rimuovere macerie dalle vie minori.
Almeno il vento primaverile aveva smesso di soffiare con insistenza.
Cecily non parlò con nessuno. Non incrociò lo sguardo di nessuno.
Dopo pochi minuti raggiunse la Grande Scala, l’immensa scalinata di pietra che collegava i Quartieri Popolari di Falstaff ai Quartieri Nobili.
Gli innumerevoli gradini, dove ogni giorno si snodava il mercato, erano illuminati dalle luci dei lampioni a gas.
A differenza dei Seven Points, lassù il mondo non aveva mai smesso di brillare.
Carson, cui l’aria fresca della sera faceva credere di essere meno sbronzo di quanto fosse davvero, la seguiva in silenzio. Appena si accorse di non essere osservato da nessuno, si alzò su due zampe e cominciò a protestare.
«Ultimamente non riesco a chiudere occhio, bla bla, e poi bla…» miagolò, scimmiottando la sua padrona. «Ma se per svegliarti al mattino ci vogliono le cannonate? Mi tocca proprio sentirle tutte.»
«Lascia perdere, Carson. Non è il momento, te lo assicuro.»
Le ombre della notte danzavano sul viso pallido della pistolera.
«Ah sì? Ora ci vuole anche un biglietto di prenotazione per protestare, signorina Campbell?» Il gatto allargò le zampette. «E poi dove credi di andare? Vuoi presentarti alla porta di questo illustrissimo ingegnere magico Van Burden, o chicchessia, e chiedergli nel cuore della notte: “Scusi il disturbo, di grazia, ma è lei che ci ha fregato il nostro Cristallo di Mana?”»
«Esattamente, vecchio mio» lo gelò Cecily. «È quello che intendo fare. Voglio delle risposte. Adesso.»
Il gatto demoniaco, galvanizzato dalla determinazione della sua pard, cercò di simulare sul muso uno sguardo serio.
Poi fece finta di tirarsi su le maniche e di scrocchiarsi le zampe.
«Hai ragione, bambola» disse con improvvisa inflessione da duro. «Andiamo a sentire cosa ha da dirci questo Von Buren. E se le risposte non ci piaceranno…»
«Ehi, gattaccio. Guarda che le scale sono per di qua. Dove credi di andare?»
La pistolera si era fermata sui primi scalini.
Carson, voltato dall’altra parte, stava cercando di tornare quatto quatto verso i Seven Points.
Con un gesto fulmineo, Cecily lo afferrò per la collottola.
«Bell’amico che sei. Quindi vorresti piantare in asso la tua pard, dico bene?»
«Guarda che ti sbagli!» cercò di scusarsi il felino demoniaco, agitando le zampe in aria. «È che… ecco… sì… giusto! Mi sono ricordato che abbiamo lasciato il gas aperto in casa!»
«Il gas aperto?» chiese Cecily, con un ghigno quasi diabolico.
«Ehm… no… sì… cioè… ma certo! Gli scacchi! Devo andare a sistemare la scacchiera. Sai com’è, se quando rincasiamo è ancora buio c’è il rischio di inciampare. Uno studio dimostra che l’incidenza degli incidenti domestici è in netto aumento in questi ultimi anni…»
Carson era ormai a corto di scuse, ma continuava a sperare che almeno una suonasse vagamente credibile.
«Incidenti domestici?» ripeté la rossa, fissando con i suoi occhi verde smeraldo quelli gialli e sottili del gatto.
«Sì, sì! Uh, che sbadato!» Carson si batté una zampa sulla fronte in una pantomima pietosa. «Mi sono ricordato che mi aspettan…»
«Chiudi il becco.»
La pistolera lo infilò senza troppe cerimonie nella bisaccia di cuoio che portava a tracolla, poi ricominciò a salire a passo spedito verso i Quartieri Nobili.
«Ehi, ferma!» piagnucolò il felino, facendo spuntare la testa dalla borsa usurata. «Questo è sequestro di persona!»
«Ma tu non sei una persona. Sei un gatto.»
«E allora ti denuncerò alla protezione animali!»
«E tutta la storia dell’essere un demone?»
«Chiederò un risarcimento per danni morali!»
L’interminabile diatriba tra i due si perse nella notte primaverile, tra i gradini illuminati della Grande Scala.
Conrad, frattanto, si sistemò la giacca di renna sulle spalle e si incamminò verso l’uscita dello Shooting Star.
In cuor suo era profondamente preoccupato, sia per le condizioni di salute del vecchio Hannibal sia per la signorina Cecily.
Il whisky lasciatelo pure lì. Sarò di ritorno tra non molto.
Quelle ultime parole continuavano a rimbalzargli nella testa.
Non sapeva perché, ma tra le tante bugie che la monella più amata dei Seven Points aveva raccontato in tutti quegli anni, quella era la più spaventosa.
Forse era una sorta di sesto senso.
O forse soltanto istinto.
Qualcosa, nel cuore, gli diceva che non avrebbe rivisto così presto, lì allo Shooting Star, la piccola Cecily Campbell.
Gli restava solo da sperare che quella scavezzacollo non si fosse messa in testa qualche idea matta. Da quando, due anni prima, aveva lasciato la sua promettente carriera da ufficiale di Gendarmeria, i guai in cui si era ficcata non si contavano più.
Non erano passati nemmeno quattro mesi da quando Cecily si era fatta sbattere al fresco per aver malmenato un gendarme che aveva deciso di fare l’arrogante in una bottega dei Seven Points.
Allora, tutto il quartiere aveva fatto una colletta per pagare la cauzione e ottenere la scarcerazione.
Speriamo bene… torna presto, Cecily.
Conrad chiuse dietro di sé la porta della birreria deserta.
Dietro di lui restò soltanto lo scricchiolio delle assi di legno sotto i suoi pesanti passi.
Proprio in quell’istante, un bagliore attraversò il cielo.
L’ellisse dei Seven Points, all’improvviso, tornò a brillare.
Subito dopo, i lampioni della piazza si riaccesero uno a uno, esitanti, come stelle malate che qualcuno avesse costretto a ricordarsi della luce. Anche l’acqua della fontana riprese a scorrere.
I tecnici della capitale avevano riconvogliato dagli Harmonixer principali Mana Armonizzato e vapore nel sistema del quartiere, ripristinando l’energia.
Le lampade a muro, dopo un attimo di esitazione, si riaccesero all’interno dello Shooting Star.
Il locale sembrava completamente vuoto.
Sembrava.
Seduta su uno degli sgabelli davanti al bancone c’era una figura femminile dai lunghi capelli bianchi come neve, vestita con un abito viola e nero da ballerina. Le splendide gambe, fasciate da calze a rete e autoreggenti, brillavano nella luce appena tornata.
Maddie Mood fissava il vuoto con il suo unico occhio.
Con la mano sinistra beveva lentamente il whisky che la cowgirl aveva abbandonato sul bancone.
Uno strano sorriso, enigmatico e stanco, le abitava il viso.
Il tuo viaggio ha inizio, Cecily Campbell… buona fortuna.
Ne avrai bisogno.
Te lo assicuro.
