Cecily, senza farsi pregare, Cherry e Strawberry alla mano, assestò un calcio secco al portone d’ingresso dell’ambasciata.
La suola rinforzata dei suoi stivali in ferro e cuoio impattò contro il legno con un tonfo cupo, molto più sordo di quanto la ragazza si fosse aspettata. Non ci fu resistenza, non davvero. Una delle due ante, che fino a un istante prima sembrava pesantemente chiusa, cedette come se stesse soltanto aspettando un pretesto per arrendersi.
Il portone non si spalancò.
Si spezzò.
L’anta colpita si staccò dai cardini con uno stridio secco, innaturale, poi crollò al suolo sollevando una nuvola di schegge, brina e polvere gelata.
Attraverso il varco si riversò un soffio d’aria tanto freddo da graffiare la pelle. Cecily sentì il gelo pizzicarle il naso, infiltrarsi sotto il fazzoletto rosso legato sul volto e scendere nei polmoni come una manciata di aghi sottili.
Per un lungo istante, quasi sorpresa dalla propria forza, la pistolera osservò i cardini divelti.
Poi capì.
Non era diventata improvvisamente capace di abbattere porte come un ariete.
I cardini erano completamente congelati. Il ghiaccio li aveva morsi, gonfiati, spaccati dall’interno. Sotto il calcio, avevano ceduto come ossa vecchie.
Cecily abbassò appena le pistole.
Gelo.
Ovunque.
Oltre la soglia, l’ambasciata della Lonely Star sembrava essere stata inghiottita da un inverno impossibile.
«Ehi-ehi-ehi, fermati, Cecily! Ho detto di fermarti! Mi vuoi ascoltare un secondo?»
Carson la raggiunse dopo un attimo di esitazione, svelto e sinuoso nonostante la paura. Il suo muso nero, di solito piegato in smorfie sarcastiche o irritate, mostrava ora un’espressione decisamente più preoccupata.
«Non riesci a sentirlo?» sbraitò miagolando, fermandosi appena dietro di lei. «C’è qualcosa che non va! L’aria è satura di Mana Armonizzato e…»
Troppo tardi per gli avvertimenti.
Cecily mise da parte lo stupore, scavalcò con agilità l’anta fracassata sul pavimento e si tuffò nel lungo corridoio d’ingresso della villa.
Le lanterne a gas appese ai lampadari del soffitto a volta diffondevano una luce tremolante, debole, quasi malata. Anche su di esse correva uno strato sottile di ghiaccio, come se il gelo avesse cominciato a divorare il metallo, il vetro e persino la fiamma.
Il corridoio non era buio ma illuminato abbastanza da mostrare ciò che non avrebbe dovuto esserci.
«P-perché… perché n-non mi a-ascolti mai?» piagnucolò Carson, entrando a sua volta. Si fermò subito dopo la soglia e spalancò gli occhi quando si accorse di stare battendo i denti. «Cosa ho fatto di male in questo mondo per doverti sopportare?»
Nemmeno il suo folto pelo nero poteva molto contro quel freddo.
Appena oltre il portone crollato, il gelo pareva avvolgere ogni cosa. Non era l’umidità della notte, né il freddo pungente delle Pacific Plains prima dell’alba. Era qualcosa di più pulito e più crudele. Un freddo artificiale, tagliente, quasi intenzionale.
«M-ma perché non m-mi as… ehi! Ma p-perché f-fa così f-freddo, qui?» Carson sollevò le zampe una dopo l’altra, come se il pavimento gli bruciasse al contrario. «Ehi, Cecily? Cecily!»
La ragazza in nero era già due passi avanti.
Sentiva l’aria gelida pungerle il viso e i polmoni. Il vapore del suo fiato, anche attraverso il fazzoletto da bandito, si apriva davanti a lei in piccole nuvole bianche, subito divorate dalle ombre del passaggio.
Il corridoio della lussuosa villa era deserto.
Sugli eleganti mobili in legno di quercia laccata, sui suppellettili di cristallo, sui pesanti tendaggi e sui quadri austeri appesi alle pareti, si era depositata una patina bianca. Sembrava neve, ma non lo era. Aveva una regolarità troppo perfetta, un silenzio troppo compatto.
Il pavimento di marmo color ocra era diventato scivoloso. La brina sovrannaturale lo ricopriva come un velo sottile e traditore. Cecily, nonostante la propria agilità, sentì più volte gli stivali mancarle sotto i piedi mentre correva verso il salone centrale.
La villa era stata costruita per impressionare.
Ora sembrava costruita per conservare cadaveri.
La pistolera percepiva chiaramente l’aura magica di quel fenomeno. Da portatrice di Jesper, era abbastanza affine al Mana da capire che ciò che le pungeva la pelle non aveva nulla di naturale. Non era Mana Selvaggio. Non era nemmeno il Mana Armonizzato di un Harmonixer.
Non aveva quel respiro meccanico, regolare, quasi industriale.
Questo Mana sembrava vivo.
O meglio: sembrava suonato da qualcuno.
Cecily strinse più forte Cherry e Strawberry.
Non aveva dubbi. Quel genere di fluttuazione poteva appartenere soltanto a un Jesper, forse proprio a quello di Von Buren.
Del resto, molti scienziati-maghi di alto rango della Lonely Star erano portatori. Era una delle ragioni per cui quella gilda era tanto rispettata quanto temuta: studiava il Mana, lo misurava, lo catalogava, lo addomesticava.
E, quando poteva, lo indossava come un’arma.
«Cecily! Ma ti vuoi fermare?! Ragiona un secondo solo!» continuò Carson, ansimando dietro di lei. Il fiatone, nella sua voce, aveva qualcosa di quasi offeso. «Non sappiamo cosa stia succedendo qui, né tantomeno chi o cosa ci troveremo davanti.»
«Esatto, testone» rispose la cowgirl, senza rallentare. Il pastrano nero le frustava le gambe mentre correva lungo il corridoio reso interminabile dalla tensione. «Ormai dovresti saperlo che sono curiosa.»
«Guarda, carissima» replicò il felino, scavalcando un mobile rovesciato per poi spiccare un salto e recuperare la distanza che lo separava dalla sua pard, «che di solito sono i gatti a essere curiosi, non le donne armate!»
«Non so tra gatti e donne chi sia peggio…» disse Cecily, saltando a sua volta oltre una libreria abbattuta nel bel mezzo del passaggio.
Il legno era spaccato, i libri sparsi sul pavimento. Le pagine, incollate dal gelo, si erano irrigidite in forme storte, come ali morte.
«Be’» riprese Carson, con la voce nasale rotta dalla fatica e dal freddo, «sai come si dice: la curiosità uccise il gatto… eh?»
Il blaterare di Carson cessò all’improvviso.
Le ultime parole gli morirono in gola.
Cecily si era fermata di colpo.
Davanti a loro, a pochi metri dall’ampia porta in legno di noce e ottone che conduceva al salone principale, il corridoio terminava in una pozza scura.
Sul pavimento, ricoperti anch’essi dal sottile strato di gelo che ammantava ogni cosa, giacevano quattro soldati della Gendarmeria.
Erano scomposti come bambole di pezza.
Uno era crollato contro la parete, con una mano ancora stretta attorno alla cinghia del moschetto. Un altro giaceva riverso sul marmo, il viso girato verso il soffitto. Gli ultimi due erano caduti quasi uno sopra l’altro, come se avessero tentato di arretrare nello stesso istante.
Nessuno di loro aveva fatto molta strada.
Il sangue, ancora caldo, fumava dalle ferite aperte sulle gole. Il vapore rosato si alzava in fili sottili, danzando spettrale sotto la luce tremolante dell’ultima lanterna del corridoio.
Per l’animaccia mia…
Cecily abbassò lentamente le pistole.
Poi si chinò.
Non c’era bisogno di controllare. Lo aveva capito dal primo sguardo. Ma il corpo si muoveva lo stesso, come se una parte di lei pretendesse una conferma meno crudele di ciò che gli occhi avevano già visto.
I quattro gendarmi erano morti.
Cecily rinfoderò per un istante Cherry e fece scivolare la mano guantata sul viso di una giovane cadetta. Il bianco della divisa era imbrattato di sangue, la gorgiera di bronzo scheggiata, il kepi caduto poco più in là, accanto a una pistola ancora chiusa nella fondina.
La ragazza doveva avere più o meno l’età che Cecily aveva quando aveva lasciato la Gendarmeria.
Forse meno.
Gli occhi sbiaditi e senza vita della cadetta erano sbarrati, come se l’ultima cosa vista prima di morire l’avesse terrorizzata al punto da impedirle persino di gridare.
Cecily le toccò la guancia.
Era ancora calda.
Non doveva essere passato molto tempo.
La cowgirl sentì un brivido salirle lungo la schiena. Non era il gelo magico che stringeva la villa nella sua morsa. Era qualcosa di più vecchio e più personale.
Se due anni prima non si fosse strappata i gradi da tenente cadetto e non se ne fosse andata per sempre dalla Gendarmeria, in quel momento avrebbe potuto essere lei a giacere su quel pavimento. Lei, con una divisa addosso. Lei, con gli occhi sbarrati. Lei, morta in una villa troppo ricca per sapere davvero il nome dei soldati che la sorvegliavano.
Non si poteva morire così giovani per una dannata divisa.
Cecily abbassò il fazzoletto rosso che le copriva la bocca.
Con due dita, chiuse gli occhi alla cadetta.
«Che il tuo cammino sia più leggero della tua uniforme» mormorò piano.
Carson non fece battute.
Era una delle rare volte in cui persino lui sembrava capire che certe parole, se dette nel momento sbagliato, diventano rumore.
Cecily si rialzò lentamente, riportando la mano verso la fondina.
Chiunque avesse compiuto quel massacro era un professionista. C’erano pochissimi segni di colluttazione. Nessuno dei moschetti d’ordinanza sembrava aver sparato un colpo. Tutti e quattro erano stati sgozzati con precisione, alla stessa altezza, quasi nello stesso modo.
Non era panico.
Era metodo.
Carson cercò di girare al largo dalla vasta macchia di sangue che andava allargandosi sul pavimento, poi raggiunse la propria pard. La figura vestita di nero di Cecily era immobile davanti ai cadaveri, il cappello caduto all’indietro sulla schiena e la chioma rossa accesa come una fiamma in mezzo a tutto quel bianco.
«Cosa diavolo sta succedendo, Cecily?» chiese il felino, fissando il macabro spettacolo.
«Qualcuno è arrivato prima di noi» rispose la rossa, con il volto rabbuiato.
«Avevo notato.»
«Temo che il nostro uomo abbia avuto la stessa medicina di questi poveretti.»
Carson deglutì.
«Dimmi cosa ti sta frullando per la testa, signorina.»
Conosceva quello sguardo. Le rotelle nel cervello di Cecily stavano girando a tutta velocità, e quando succedeva raramente portavano in un posto tranquillo.
La cowgirl si chinò di nuovo e sollevò dal petto della giovane cadetta la gorgiera di bronzo usata durante i turni di vigilanza.
«Questi erano ufficiali cadetti in servizio di guardia all’ambasciata» disse. «Chiunque li ha fatti secchi non è uno sprovveduto.»
«Killer?»
«Killer professionisti.»
Cecily lasciò ricadere la gorgiera sul petto della morta.
Il metallo produsse un tintinnio leggerissimo, subito inghiottito dal corridoio gelato.
«Qui c’è puzza di faida tra gilde.»
«Per la miseria…» Carson si voltò verso la porta chiusa del salone. «E ora che facciamo?»
Cecily estrasse di nuovo Cherry.
L’argento del revolver brillò nella luce tremolante.
«Non lo so di preciso, vecchio mio. Ma dietro a quella porta c’è la risposta.»
«E Von Buren?»
«Ho paura che sia già a spalare carbone all’inferno e…»
L’aria esplose.
Una fortissima ondata di Mana gelido attraversò il corridoio, seguita da un boato spaventoso. Le lanterne a gas scoppiarono una dopo l’altra. I vetri dei quadri, le cristallerie, le piccole teche appese lungo le pareti si frantumarono all’unisono, riempiendo il passaggio di schegge luminose.
L’ampia porta di noce e ottone, come colpita da una forza invisibile, venne scagliata fuori dai cardini in direzione di Cecily e Carson.
Il felino si aggrappò con tutte le zampe allo spolverino nero della sua pard.
«Dead Man Walking!» tuonò la pistolera.
I sensi di Cecily schizzarono come una molla.
Il tempo non rallentò davvero. Non come nei racconti da quattro soldi.
Fu il mondo a diventare più leggibile.
Linee. Angoli. Traiettorie.
La porta che volava verso di lei. Il peso delle assi. La torsione del metallo. I frammenti di vetro. La catena del lampadario sopra il corridoio. Il punto esatto in cui il ferro, colpito nel modo giusto, avrebbe ceduto.
Cecily si tuffò all’indietro, ruotando le spalle.
Dead Man Walking apparve alle sue spalle: lo scheletro in tight, circondato da un’aura scura di Mana, elegante e spaventoso come un becchino invitato a un ballo di gala.
Cherry e Strawberry tuonarono insieme.
I colpi partirono verso il soffitto, seguirono traiettorie impossibili e rimbalzarono contro due placche metalliche ornate di brina. Poi, con un suono secco, tranciarono la catena che sosteneva il pesante lampadario in ferro battuto.
Il lampadario rovinò al suolo.
La porta divelta lo colpì in pieno.
L’impatto riempì il corridoio di un frastuono assordante. Ferro, legno, vetro e ghiaccio esplosero in un groviglio di macerie che scivolò a pochi passi dagli stivali di Cecily.
Carson, ancora aggrappato al suo spolverino, aprì un occhio.
«S-siamo vivi?»
«Per adesso.»
«Detesto quando lo dici così.»
Cecily si rialzò di scatto, il respiro corto, le pistole ancora fumanti. Attorno a lei, una nebbia gelata si stava diradando lentamente, spinta da un vento sovrannaturale che pareva provenire dal cuore stesso della villa.
Il freddo era diventato quasi insopportabile.
Le dita, nonostante i guanti in cuoio, le si stavano intorpidendo attorno ai revolver. Il metallo di Cherry e Strawberry le mordeva i palmi come se volesse diventare parte del gelo.
Quando la nebbia si aprì abbastanza, Cecily e Carson poterono finalmente guardare oltre il varco.
Il salone principale dell’ambasciata della Lonely Star era completamente ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio.
Marmi, colonne, divani, tavoli, scaffali, balaustre, tappeti, lampade, statue decorative: tutto era stato congelato. Il gelo aveva trasformato il lusso in una rovina di cristallo. Lunghe e sottili stalattiti pendevano dal soffitto, tremando a ogni vibrazione della villa come denti pronti a cadere.
Al centro del salone, un’ampia scalinata in marmo conduceva a un soppalco che divideva le due ali dell’edificio.
La luce delle lanterne rimaste accese si rifletteva sulle superfici congelate e si spezzava in bagliori pallidi, azzurri, taglienti. L’intera sala sembrava chiusa dentro una campana di vetro e inverno.
Cecily e Carson avanzarono scavalcando il groviglio del lampadario crollato e del portone fatto a pezzi.
Ogni passo produceva un lieve scricchiolio.
Ad accoglierli, spettrale, non fu una voce.
Fu una musica.
Un’orchestra lontana, elegante, lenta, proveniva da un grosso grammofono laccato in oro posto su una colonna all’inizio della scalinata. La tromba dorata dello strumento brillava come un fiore meccanico in mezzo al gelo.
Quell’aggeggio, che rilasciava nell’aria una melodia solenne e a Cecily mortalmente noiosa, sembrava l’unico oggetto non congelato dell’intero salone.
Il disco girava senza esitazioni.
La musica non tremava.
Era il resto del mondo a tremare intorno a lei.
«Dimmi che non sono l’unico a trovare questa cosa tremendamente inquietante» sussurrò Carson.
«Non sei l’unico.»
La pistolera superò la soglia d’ingresso con Carson alle calcagna.
Fu allora che li vide.
Tra gli innumerevoli tavoli dell’immensa stanza, tre figure vestite da vaccari stavano immobili. Indossavano lunghi pastrani neri e ampi cappellacci logori. Nelle mani guantate stringevano ancora lunghi pugnali Bowie, le lame inclinate come se fossero state pronte a colpire.
C’era solo un particolare che balzava immediatamente all’occhio.
I loro corpi erano completamente congelati.
Uno aveva il coltello sollevato sopra la spalla. Un altro pareva essersi voltato di scatto verso la scalinata. Il terzo era piegato in avanti, quasi nell’atto di scattare. Il ghiaccio li aveva imprigionati nel mezzo dell’azione, trasformandoli in statue di cristallo sporco.
Cecily li osservò con gli occhi socchiusi.
«Questi non sono della Gendarmeria.»
«No» disse Carson. «E non mi sembrano nemmeno venuti qui per consegnare fiori.»
«Pugnali Bowie. Pastrani neri. Cappellacci logori.» Cecily inclinò appena il capo. «Sicari da Frontiera.»
«Amici tuoi?»
«Se fossero amici miei, sarebbero vestiti meglio.»
Carson le lanciò uno sguardo dubbioso.
«Detto da una che gira con un fazzoletto da ladra di bestiame sulla faccia.»
«Dettagli.»
Cecily fece un passo avanti.
Poi il suo senso del pericolo le strattonò i pensieri.
La pistolera alzò di scatto la testa verso la balaustra che circondava il soppalco e puntò Cherry e Strawberry in direzione della sommità della scalinata.
Le mani le tremavano per il freddo, ma le canne dei revolver restarono ferme.
«Fermati, Von Buren!» tuonò, con le labbra doloranti per i tagli provocati dall’aria gelida e il viso arrossato dal gelo. «Una sola mossa falsa e ti spedisco dalla Dea!»
Dall’altra parte delle rivoltelle, in cima all’ampia scalinata di marmo, stava una figura bassa e minuta, avvolta in un tabarro nero che la copriva da capo a piedi.
Sulla spalla scura del pastrano rilucevano, spettrali, una stella d’argento e una clessidra: i simboli della Lonely Star, una delle cinque Gilde Supreme della Confederazione.
Il viso dell’agente era nascosto da una maschera bianca di porcellana, dall’espressione addolorata, sormontata da un alto cilindro calato pesantemente sulla testa.
Per gli agenti della Lonely Star era normale celare le proprie sembianze dietro quel tipo di indumenti. Il regolamento interno della gilda lo prescriveva con severità quasi religiosa. Chiunque prestasse servizio fuori da Memento, la città morta dove sorgeva la sede principale della Lonely Star, doveva nascondere volto, voce e identità dietro maschere, tabarri, sigilli e formule di riconoscimento.
Mistero & Silenzio.
Così recitava uno dei motti più celebri della gilda.
E, in quel momento, Cecily doveva ammettere che nessuno sapeva essere misterioso e silenzioso quanto un mago mascherato in cima a una scalinata ghiacciata, circondato da cadaveri.
«Te lo ripeto!» gridò la rossa, sentendo lo sguardo dell’agente addosso attraverso le fessure della maschera. Cherry e Strawberry brillavano nell’aria gelida. «Alza le mani e scendi. Subito. Oppure ti imbottisco di piombo.»
«E-esatto!» aggiunse Carson, alzandosi su due zampe e sfregandosele rapidamente per scaldarsi. Il lungo ciuffo di peli sulla testa era pieno di brina, e alcune goccioline gelate gli bagnavano il naso. «E sappi che quando lei dice “subito”, di solito intende “prima che io possa ragionare al posto suo”.»
Nel salone calò un silenzio assoluto.
O quasi.
La musica del grammofono continuava a girare.
Lenta, elegante.
Fuori posto.
L’eco della voce di Cecily si perse tra le colonne congelate, le balaustre bianche e le statue immobili dei tre sicari.
La figura in cima alla scalinata non alzò le mani.
Non scese e non fuggì.
Sollevò invece lentamente un braccio, facendo emergere da sotto il tabarro ciò che sembrava una bacchetta da direttore d’orchestra.
Cecily irrigidì le dita sui grilletti.
Il grammofono aumentò di colpo d’intensità.
La melodia, fino a un istante prima sottile e distante, riempì il salone come se decine di musicisti invisibili avessero preso posto tra le colonne di ghiaccio.
L’aria si saturò di Mana Armonizzato.
Il gelo parve trattenere il respiro.
Da dietro la maschera bianca, una voce ovattata, bassa e innaturalmente calma pronunciò una sola parola.
«Overture…»
