Capitolo 06

Musica, Maestro!

Pubblicato il 5 settembre 2026 · 21 minuti di lettura

Cecily Campbell e Carson combattono nell’ambasciata congelata contro la manifestazione primaverile del Magical Vivaldi, evocata dall’agente mascherato della Lonely Star

«Magical Vivaldi…»

La voce della figura in nero attraversò il salone congelato con un tono freddo, asettico, quasi privo di corpo. Il distorsore vocale nascosto all’interno della maschera di servizio della Lonely Star trasformava ogni parola in qualcosa di metallico, distante, disumano.

Ai piedi della scalinata, il grammofono laccato in oro aumentò d’intensità.

La musica, che fino a un istante prima pareva una melodia lontana e fuori posto, si gonfiò all’improvviso, riempiendo l’intero salone come se un’orchestra invisibile avesse preso posto tra le colonne ghiacciate, i tavoli devastati e i cadaveri imprigionati nel gelo.

Cecily strinse Cherry e Strawberry.

Sentì il Mana muoversi.

Non era il respiro selvaggio e scomposto delle pianure contaminate. Non era nemmeno la pulsazione stabile di un Harmonixer, con il suo ritmo meccanico, circolare, quasi industriale. Quel Mana obbediva alla musica. Si tendeva, si piegava, prendeva forma seguendo il tempo scandito dalla bacchetta che la figura in nero teneva sollevata davanti a sé.

Qualunque cosa fosse davvero quella tecnica, una cosa era certa: il presunto Von Buren stava armonizzando il Mana con una precisione mostruosa.

E aveva tutta l’aria di cercare grane.

Cecily, per quanto riluttante, decise di accontentarlo immediatamente.

«Te la sei cercata, beccaccione!»

La pistolera tirò i grilletti senza pensarci due volte.

Cherry e Strawberry ruggirono insieme.

Il fragore della prima serie di colpi sovrastò per un attimo la musica, riempiendo l’aria gelida di fumo, fuoco e schegge d’argento. Alle spalle di Cecily, Dead Man Walking apparve come un’ombra elegante e macabra, lo scheletro in tight circondato da un’aura scura di Mana, il ghigno immobile rivolto verso la figura in cima alla scalinata.

I proiettili calibro .45, permeati dal Jesper della cowgirl, non seguirono una traiettoria ordinaria. Si incurvarono nell’aria, salirono, deviarono, cercando angoli impossibili per aggirare la linea frontale e colpire il bersaglio da più direzioni.

La maschera bianca della Lonely Star non si mosse.

La figura in nero fece semplicemente dondolare la bacchetta, leggera, precisa, come il direttore di un’orchestra che conosceva già ogni nota prima ancora che venisse suonata.

«Winter Minuetto, Wilma.»

Accanto al presunto Von Buren, il Mana prese forma.

Una figura femminile di bellezza incomparabile galleggiò nell’aria come una piuma. Aveva la pelle simile al vetro, solcata da riflessi di un blu gelido, e indossava una lunghissima veste candida come neve appena caduta. I capelli, sottili e pallidi, sembravano bruma condensata. Tra le mani stringeva un violino di cristallo.

La dama abbassò l’archetto e le corde invisibili dello strumento vibrarono.

Un suono melanconico e cadenzato si diffuse nel salone, intrecciandosi alla musica del grammofono. Dal nulla, a ritmo di quel minuetto, lunghe file di pinnacoli di ghiaccio cominciarono a formarsi nell’aria. Dondolavano tutti attorno alla scalinata, sospesi come candele rovesciate, con le punte rivolte verso Cecily.

Prima che i colpi della pistolera potessero raggiungere la figura in nero, una pioggia di dardi si staccò dalla corona fluttuante.

Il ghiaccio intercettò i proiettili e li trafisse.

Li congelò a mezz’aria per poi mandarli in frantumi.

I frammenti metallici caddero sul pavimento con un tintinnio sottile, subito coperto dal violino.

Altri pinnacoli, invece, puntarono dritti verso Cecily.

Le punte acuminate brillavano di un pallore mortale sotto le flebili luci a gas del salone. Per un istante sembrarono immobili, trattenute in attesa dell’ordine finale.

Poi partirono.

Cecily si tuffò in avanti.

Rotolò su se stessa, scivolando sul marmo ghiacciato, poi puntò un ginocchio a terra e fece ballare i pollici sui cani dei revolver. Dead Man Walking si mosse insieme a lei, come se le sue ossa nere fossero l’ombra di ogni decisione presa mezzo secondo prima del corpo.

Due colpi secchi partirono verso sinistra.

Non mirarono ai dardi ma a un grosso tavolo di quercia poco distante.

I proiettili tranciarono di netto le gambe anteriori del mobile. Il tavolo cedette con un gemito pesante e crollò di fianco proprio davanti a Cecily, trasformandosi in una barricata improvvisata.

I dardi di ghiaccio lo colpirono con violenza.

Il legno esplose in schegge, brina e frammenti bianchi. Una punta attraversò la barricata e passò vicinissima al viso lentigginoso della cowgirl.

Cecily sentì il ghiaccio sibilare accanto all’orecchio sinistro come un rasoio silenzioso.

Un rivolo di sangue caldo le scivolò sulla guancia.

La rossa passò la lingua sulle labbra spaccate dal freddo.

Poi sorrise.

Non era un bel sorriso.

«Ora mi hai proprio stancata, brutto bastardo.»

Si alzò dal riparo ormai ridotto a un colabrodo e scaricò gli ultimi colpi rimasti nei tamburi.

Carson, non molto distante, stava accucciato tra le tavolate congelate del salone in rovina. Aveva il pelo gonfio, la coda dritta, gli occhi gialli spalancati e la ferma intenzione di restare vivo almeno abbastanza a lungo da rinfacciare a Cecily tutta quella situazione.

«Ottimo piano, rossa!» urlò, anche se la musica e il fragore dei colpi inghiottirono quasi del tutto la sua voce. «Davvero! Mi domando perché non siamo venuti qui prima a farci ammazzare con accompagnamento musicale!»

Cecily non lo sentì.

O finse molto bene di non sentirlo.

I colpi asincroni dei due revolver tracciarono nell’aria traiettorie folli, incuranti di ogni legge fisica. Dead Man Walking seguiva ogni movimento della cowgirl, imprimeva ai proiettili deviazioni impossibili, cambi di angolo, rimbalzi contro colonne, balaustre, cornici metalliche e frammenti di lampadario.

Il salone intero sembrò trasformarsi in una scacchiera di linee letali.

Ci sei dentro, ragazzo mio…

Gli ultimi quattro colpi puntarono sulla figura in nero da direzioni diverse. Uno dall’alto, uno dal basso, due laterali, dopo un rimbalzo contro le colonne ghiacciate.

Per un battito di ciglia, Cecily pensò di averlo preso.

La bacchetta si mosse ancora.

Non veloce ma con estrema precisione.

La musica del grammofono cambiò.

Il minuetto lento e malinconico si spezzò in un ritmo più allegro, vivace, quasi insolente. Il violino di ghiaccio tacque. La figura traslucida di Wilma venne inghiottita dal nulla come una candela spenta.

«Spring Polka, Sapphire.»

Una bambina sorridente apparve accanto alla maschera della Lonely Star.

Aveva grandi occhi verdi, lunghi capelli di un rosso pel di carota mossi da un vento invisibile e un coloratissimo abito a fiori. La chioma era raccolta in un fazzoletto da contadina e, tra le mani piccole, stringeva un’armonica.

La creatura portò lo strumento alle labbra e la polka esplose.

Dapprima furono soltanto piccoli mulinelli d’aria, quasi innocui, che sollevarono scaglie di brina dal pavimento e fecero tremare gli orli dei tendaggi.

Poi divennero raffiche e alla fine una tempesta vera e propria.

Il salone fu attraversato da folate violente che ribaltarono sedie, sollevarono tovaglie irrigidite dal ghiaccio, spezzarono cristalli, fecero turbinare nell’aria schegge bianche e frammenti di legno. Il vento trascinò con sé la brina, rendendo impossibile distinguere chiaramente la scalinata, la balaustra e persino il profilo della figura in nero.

I proiettili di Cecily vennero deviati.

Uno si schiantò contro l’alto soffitto, facendo precipitare una pioggia di ghiaccio sottile. Un altro si conficcò in una colonna. Gli ultimi due, trascinati via dalla corrente, si persero tra le pareti laterali del salone senza avvicinarsi al bersaglio.

«Dannazione!» urlò la pistolera, mentre lo stetson, spinto dal vento, le picchiava contro le spalle. «Ti vengo a prendere, beccamorto!»

Non poteva continuare a sparare da lontano.

Non contro un avversario che trasformava la distanza in musica.

Cecily infilò una mano nella cartucciera e lanciò in aria una manciata di proiettili. Poi scattò in avanti, abbassando il busto contro il vento, gli stivali che scivolavano e grattavano sul marmo gelato.

Con un rapido movimento dei polsi aprì i tamburi dei revolver.

I bossoli vuoti caddero come piccole campane morte.

I proiettili lanciati in aria, guidati dall’intuizione folle di Dead Man Walking e dalla memoria muscolare della cowgirl, ricaddero esattamente dove dovevano cadere. Cecily li catturò nei tamburi mentre correva, chiuse le armi con un doppio scatto metallico e riprese a sparare.

La famosa ricarica veloce.

Utile quando dovevi muoverti, respirare, schivare, sparare e pensare a come uscire da un brutto guaio.

Tutto nello stesso istante.

E, possibilmente, senza morire.

Il vento continuava a ululare, feroce, facendo danzare al ritmo della polka i lunghi arazzi che adornavano i muri e rovesciando ovunque vasi, fioriere e sedie imbottite. Cecily avanzava a testa bassa, gli occhi socchiusi per il dolore, sparando verso la scalinata ogni volta che intravedeva una sagoma, un lembo di tabarro, un riflesso sulla maschera.

Carson, aggrappato con le unghie a una tenda per non volare via, cercava di miagolare qualcosa.

Probabilmente una protesta.

Forse un testamento.

La tempesta la inghiottì in entrambi i casi.

Cecily riuscì finalmente ad appoggiare uno stivale sul primo gradino di marmo.

La bacchetta si fermò; di colpo, vento e musica cessarono.

Il silenzio cadde nel salone con una violenza quasi fisica.

Cecily si bloccò, ansimante, una pistola puntata verso la sommità della scalinata e l’altra leggermente abbassata per compensare l’equilibrio. Attorno alla figura in nero, però, il Mana era ancora saturo. Non si era spento. Stava soltanto cambiando forma.

La bambina dai grandi occhi verdi fece un grazioso inchino.

Poi scomparve.

Al suo posto, un rondò di foglie secche cominciò a turbinare nell’aria. Foglie marroni, rosse, dorate, impossibili in quel salone ghiacciato. Girarono sempre più veloci, stringendosi in una spirale, fino a formare la figura slanciata di una ballerina.

Indossava un lungo abito rosso, dallo spacco ampio che saliva vertiginoso sul fianco. Il viso, le braccia sottili e le gambe sinuose parevano modellati nella creta. I capelli, neri come la pece e ornati da una rosa appassita, sembravano bagnati da un acquazzone appena finito.

Gli occhi, circondati da trucco e mascara sciolti, fissarono Cecily con iridi grigie come pomeriggi di pioggia.

«Autumn Tango, Arlette.»

La musica riprese.

Melensa. Passionale. Crudele.

La bacchetta seguì il tempo di un ballo di coppia, lento e affilato come una lama nascosta sotto un guanto elegante. Arlette cominciò a danzare a mezz’aria, sensuale e spettrale. Ogni suo volteggio faceva vibrare il pavimento. Ogni movimento delle braccia disegnava una curva invisibile nel Mana.

Poi, con decisione, la ballerina sfiorò il marmo con la punta del piede.

Il salone tremò.

Dal punto in cui la figura aveva toccato il terreno si aprì uno squarcio.

Il marmo si sollevò, si spezzò, si accartocciò come carta sotto un pugno. Una voragine lunga e irregolare si mise a correre verso Cecily, divorando gradini, lastre e frammenti di ghiaccio a una velocità spaventosa.

La cowgirl provò a schivare.

Dead Man Walking le mostrò tre possibilità.

La prima: saltare a sinistra.

Troppo tardi.

La seconda: arretrare.

Troppo scivoloso.

La terza: tuffarsi oltre lo squarcio.

Troppo lontano.

Cecily scelse comunque.

Si gettò di lato, tentando di sfruttare la balaustra della scalinata come appoggio, ma lo spostamento d’aria la investì in pieno come una diligenza lanciata al galoppo.

L’urto fu violentissimo.

La rossa venne strappata dai gradini e proiettata all’indietro per una decina di metri. Gli speroni dei suoi stivali sfregarono contro il pavimento, riempiendo l’aria di scintille. Il cappello le volò via dalla testa, trattenuto soltanto dal laccio che lo fece rimbalzare contro la schiena.

Il volo finì contro una colonna di marmo.

L’impatto fu terribile.

La schiena di Cecily batté contro la pietra. Subito dopo la nuca seguì il medesimo destino con un colpo sordo, brutale, che le spense il respiro in gola.

Per un istante interminabile, il salone vorticò.

Le colonne si piegarono e il soffitto si fece più basso.

La musica si allungò in una linea fastidiosa, come il fischio di una locomotiva che non arrivava mai in stazione.

Una velatura rossa le coprì la vista.

Cecily scivolò lungo la colonna e rimase seduta sul pavimento, scomposta, una gamba piegata sotto l’altra. Aveva una ferita di striscio alla tempia sinistra. Rivoli di sangue le scendevano dalla bocca e dal naso, scaldandole per un attimo la pelle prima di farsi quasi freddi.

«B-brutto… bastardo…» biascicò, cercando di mettere una vocale dietro una consonante.

Provò a rialzarsi facendo leva sulle braccia ma il corpo non obbediva.

La testa le girava come una giostra ubriaca e i sensi sembravano essere andati a passeggio per affari loro.

Dall’altra parte del salone, la voce della maschera tornò a risuonare.

«Summer Mazurka, Rossella.»

Cecily passò una mano sugli occhi per togliere il sangue che le impediva di vedere chiaramente.

La musica cambiò ancora.

Il tango si dissolse in un ritmo più caldo, vorticoso, quasi solare. Arlette svanì in un turbinio di foglie morte, inghiottita dal Mana come le altre figure prima di lei.

A pochi metri da Cecily si materializzò una graziosa signorina vestita di bianco.

L’abito era lungo, ornato di pizzi e merletti, e oscillava nell’aria come se una brezza d’estate soffiasse soltanto attorno a lei. Tra le dita sottili, ricoperte da guanti di raso, la nuova figura faceva ruotare un ombrellino da sole.

Il viso era bello ma lo stesso non si poteva dire per l’espressione diabolica che lo attraversava.

Rossella sorrise e tra le labbra apparvero file di denti aguzzi.

A ogni passo della manifestazione, il ghiaccio attorno a lei si scioglieva all’istante. Il pavimento fumava. La brina evaporava. Le stalattiti più vicine gocciolavano come candele molli.

Cecily, ancora a terra, sentì un calore inaudito investirla.

Non era il calore vivo di un camino o quello secco del sole sulle Pacific Plains. Era un calore cattivo, concentrato, feroce. Le cauterizzò alcuni tagli sottili sul viso pallido e le bruciò le labbra già spaccate dal gelo.

La ragazza cercò di sollevare Cherry e Strawberry.

Le mani tremavano.

«Argh!»

Le carcasse dei revolver erano diventate incandescenti. Anche attraverso i guanti in pelle, il metallo le ustionò i palmi. Cecily li lasciò quasi cadere, stringendo i denti fino a sentire dolore alla mandibola.

Rossella avanzò.

Le braccia sottili della figura si avvolsero di fiamme. Lingue di fuoco terribili le risalirono dai polsi fino alle spalle, ululando nella penombra come animali affamati.

Cecily provò a muoversi.

Niente.

Il corpo era pesante. Il dolore le attraversava la schiena, le costole, la testa. Respirare era diventato un lavoro. Ogni boccata d’aria sembrava scottare nei polmoni.

Pensieri confusi e dolorosi le attraversarono la mente.

Hannibal.

I Seven Points.

Il Cristallo rubato.

La giovane cadetta nel corridoio, gli occhi sbarrati e la gola aperta.

Carson che le avrebbe detto che era stata una scema, sempre ammesso che fossero sopravvissuti abbastanza perché potesse farlo.

La pista finiva lì.

«Addio, agente di Wine&Bone.»

La frase attraversò il salone con la stessa freddezza della musica.

Cecily aprì appena un occhio.

«C-cosa?» sussurrò, con la voce rotta dal dolore. «Wine&Bone?»

Non avrebbe ricevuto risposta.

Non una che non fosse la morte.

Rossella sollevò l’ombrellino e lo lanciò in aria. L’oggetto prese fuoco, trasformandosi in una piccola ruota solare sopra la sua testa. Le braccia della manifestazione si congiunsero con grazia, mentre una vampata spaventosa le avvolgeva il corpo.

Il sorriso della dama d’estate si allargò.

Mostruoso e allo stesso tempo quasi allegro.

«Cala il sipario…»

Fine della corsa…

Cecily non ebbe nemmeno la forza di arrabbiarsi fino in fondo.

Il calore, il dolore e la musica le chiusero la mente come una porta sbattuta dal vento.

Poi venne il nulla.

Per un secondo interminabile, il colpo di grazia rimase sospeso.

Le fiamme di Rossella si gonfiarono, pronte a travolgere la cowgirl seduta contro la colonna. La bacchetta della figura in nero si abbassò lentamente, portando con sé la nota finale della mazurka.

Poi la musica si strozzò.

Non calò e non sfumò.

Semplicemente si spezzò.

Il grammofono ai piedi della scalinata emise un gemito metallico, seguito da un gracchiare scomposto. La puntina saltò sul disco con un suono secco, graffiato, orribile.

Rossella spalancò gli occhi.

Le fiamme si ripiegarono su se stesse.

Il Mana Armonizzato tremò, perse ritmo, si sfaldò.

La manifestazione esplose in mille scintille luminose, inghiottita dal nulla insieme all’ombrellino incendiato e alla vampata che avrebbe dovuto bruciare Cecily viva.

Anche il calore svanì.

Il salone precipitò in un silenzio improvviso, così netto da sembrare irreale.

Sopra il piedistallo, il grammofono aveva smesso di suonare.

O meglio: qualcuno lo aveva costretto a smettere.

Seduto sul piatto dorato, intento a girare lentamente a vuoto insieme al disco, c’era Carson.

Attorno al collo portava una sciarpa improvvisata con un pezzo di velluto strappato da una tenda. Il ciuffo nero, pieno di brina e polvere, gli ricadeva storto sugli occhi gialli. Con una zampa teneva sollevata la puntina, mentre con l’altra cercava di non vomitare per il movimento circolare.

Il gatto tirò un sospiro profondissimo.

«Mai più giostre» miagolò, pallido sotto il pelo. «Lo giuro sulla tomba di tutti i pesci che non ho ancora mangiato.»

Aveva capito il meccanismo.

Non tutto, certo. Carson non era tipo da rovinarsi la vita con dettagli teorici quando c’era un modo più semplice e maleducato per sopravvivere. Ma aveva capito abbastanza.

Senza musica, quella dannata tecnica non poteva reggere.

Il Mana non stava obbedendo soltanto alla bacchetta, né soltanto alla volontà della maschera. Aveva bisogno del ritmo. Della partitura. Del grammofono che teneva insieme le stagioni come un direttore invisibile.

E Carson, per una volta, aveva avuto un’idea migliore di quella di Cecily.

Il che meritava di essere celebrato.

Con birra.

Molta birra.

E tabacco di qualità.

Magari anche pesce.

Anzi, soprattutto pesce.

Carson, ancora seduto sul disco, buttò un occhio verso il soppalco.

La figura in nero era immobile in cima alla scalinata.

Per la prima volta dall’inizio dello scontro, sembrava davvero sorpresa.

La maschera bianca restava inespressiva, ma il corpo aveva tradito un’esitazione: la bacchetta ferma a mezz’aria, il tabarro appena scostato, le dita rigide come se cercassero una formula che il silenzio non permetteva più di completare.

Carson sorrise.

«Che c’è, beccamorto? Senza orchestra ti vergogni a ballare?»

La figura della Lonely Star abbassò il capo verso di lui.

Per un attimo, il salone rimase sospeso tra due respiri.

Poi, da qualche parte oltre le pareti dell’ambasciata, risuonò un fischio.

Subito dopo, voci concitate.

Ordini, passi, sferragliare di speroni.

La figura in nero voltò appena il capo verso l’ingresso secondario del soppalco. Non perse tempo in minacce, proclami o spiegazioni. Si limitò a richiudere il tabarro attorno a sé con un movimento secco.

Poi fuggì.

Non corse in modo scomposto. Scomparve oltre la balaustra con l’efficienza di chi aveva previsto almeno tre vie d’uscita prima ancora di iniziare il combattimento.

«Ehi!» protestò Carson. «Torna qui! Il mio momento eroico non è ancora finito!»

Naturalmente, nessuno gli diede retta.

Il gatto saltò giù dal grammofono e atterrò sul piedistallo con la dignità ferita di chi aveva appena salvato la vita alla propria padrona e non aveva ricevuto nemmeno un applauso. Si scrollò di dosso la brina, poi corse verso Cecily.

La rossa giaceva ancora a terra, appoggiata di traverso contro la colonna. Le pistole erano cadute poco più avanti, ancora fumanti, ma il metallo brillava di un calore residuo che Carson non aveva alcuna intenzione di verificare da vicino.

«Cecily?» chiamò.

Nessuna risposta.

Il gatto le si avvicinò con cautela, evitando una crepa aperta nel marmo e alcune lastre ancora calde. Il salone, senza la musica, sembrava più grande e più morto. Il gelo non era scomparso del tutto, ma aveva smesso di crescere. Qua e là l’acqua scivolava dalle colonne, formando piccole pozzanghere sul pavimento devastato.

Carson si fermò davanti alla cowgirl.

«Rossa?»

Cecily respirava a fatica.

Il gatto si concesse un secondo per lasciarsi attraversare dal sollievo.

Poi, naturalmente, lo coprì subito con il fastidio.

«Lo sai, vero, che mi devi almeno una cassa di birra?» borbottò. «Una cassa, del tabacco di prima qualità e possibilmente anche una cena che non sappia di debiti arretrati.»

La cowgirl si mosse appena e una smorfia di dolore le attraversò il volto.

«Questo lo considero un » concluse Carson.

Fece per darle una zampata leggera sulla guancia, giusto per aiutarla a riprendere i sensi, quando il rumore dei passi si fece più vicino.

Voci maschili riempirono il corridoio d’ingresso.

«Avanti! Armi pronte!»

«Controllate il salone!»

«Ci sono uomini a terra nel corridoio!»

«Per la Dea Velata… sono cadetti!»

Carson si immobilizzò.

Le orecchie gli si appiattirono sul capo.

Finalmente era arrivata la Gendarmeria.

E come al solito nel momento peggiore possibile.

Il gatto guardò Cecily, poi il salone distrutto, poi i tre sicari congelati, poi i revolver a terra, poi la direzione in cui la figura della Lonely Star era fuggita.

La situazione era così brutta che perfino lui faticò a trovare una battuta.

Se fosse rimasto, lo avrebbero preso impedendogli di fare l’unica cosa utile: tornare con aiuto, informazioni e un piano per uscire da quella brutta situazione.

Carson deglutì.

«Resisti, rossa» mormorò piano. «Ti verrò a riprendere.»

Alzò una zampa.

Davanti a lui, nell’aria, apparve il familiare lapis magico: una bizzarria di Mana sottile e luminosa, una di quelle strane capacità che Cecily aveva sempre accettato senza capirle davvero. Carson tracciò in fretta una porticina tremolante, piccola e storta, appena abbastanza grande da lasciarlo passare.

Dall’altra parte del corridoio, gli stivali della Gendarmeria battevano già sul marmo.

Il gatto si infilò nel varco.

La porticina si chiuse alle sue spalle con un ultimo guizzo di luce.

Un istante dopo, una dozzina di gendarmi fece irruzione nel salone.

Entrarono con i moschetti spianati, le baionette innestate e le uniformi ancora perfettamente in ordine, come se la marcia lungo la Grande Scala non avesse lasciato loro addosso nemmeno un granello di fatica. La vista del salone, però, incrinò subito quella compostezza.

Per qualche istante nessuno aprì bocca.

Davanti a loro c’era una rovina impossibile.

Il pavimento era spaccato da una lunga ferita di marmo. Tavoli e sedie giacevano rovesciati, alcuni congelati, altri anneriti dal calore. Un lampadario era precipitato tra i resti del portone. Le colonne erano rigate dal ghiaccio e dal fuoco. Tre uomini armati di pugnali Bowie stavano immobili come statue, imprigionati nel gelo. L’odore del sangue, del fumo, della brina e del Mana Armonizzato saturava l’aria.

Uno dei soldati più giovani fece un passo avanti e vide Cecily.

La cowgirl dei Seven Points era riversa contro la colonna, il volto sporco di sangue, le mani ustionate, il cappello caduto dietro le spalle. Poco distante, sul pavimento, Cherry e Strawberry brillavano ancora tra vapore e gelo.

«Laggiù!» gridò il soldato. «C’è qualcuno!»

Due gendarmi si avvicinarono con i moschetti puntati.

Cecily gemette piano.

Stava riprendendo conoscenza ma non abbastanza da capire.

Uno dei soldati le spinse via Strawberry con la punta dello stivale. Un altro raccolse Cherry usando un fazzoletto, come se temesse che anche il metallo potesse accusarlo di qualcosa.

«È armata» disse.

«Era armata» corresse una voce più dura.

Il sergente che guidava il reparto avanzò lentamente nel salone, gli occhi stretti sotto il kepi, la sciabola ancora nel fodero. Guardò prima Cecily, poi le pistole, poi i sicari congelati, poi il corridoio da cui erano entrati i suoi uomini.

Dal corridoio giunse un’altra voce, più tesa.

«Sergente! Quattro cadetti morti! Gole tagliate!»

Il graduato di truppa non rispose subito.

Abbassò lo sguardo su Cecily.

La ragazza aprì gli occhi a fatica. Vide solo sagome blu e bianche, baionette, luce tremolante, il soffitto che girava piano. Provò a muovere una mano, ma qualcuno le schiacciò il polso contro il pavimento.

«Ferma dove sei.»

Cecily cercò di parlare.

«Von… Buren…»

La voce le uscì spezzata, quasi senza suono.

Il sergente si chinò appena.

«Che cosa hai detto?»

«Von Buren… Non… sono…»

Il dolore le chiuse di nuovo la gola.

La stanza continuò a girare.

Un gendarme le strappò il fazzoletto rosso dal volto. Un altro sollevò la lanterna per illuminarla meglio.

Il sergente la riconobbe senza timore di smentita.

«Cecily Campbell» disse lentamente. «La pistolera dei Seven Points.»

Nessuno nel salone sembrò gradire quel nome e un mormorio attraversò i soldati.

Ex-ufficiale di Gendarmeria.

Rissa coi superiori.

Espulsa.

Pistolera.

Fuorilegge mancata.

Una miniera di guai ambulanti.

La scena, per chi era appena arrivato, raccontava una storia fin troppo comoda: quattro cadetti morti nel corridoio, l’ambasciata devastata, sicari congelati, un agente della Lonely Star scomparso e Cecily Campbell trovata al centro del salone con le sue pistole ancora calde.

Non era una verità ma c’erano abbastanza elementi da poter diventare un’accusa.

«Ammanettatela» ordinò il sergente.

«Ma è ferita, signore.»

«Ho detto ammanettatela.»

Due gendarmi la sollevarono senza troppa delicatezza. Cecily ricadde quasi subito in avanti, incapace di reggersi, ma le mani le vennero comunque portate dietro la schiena. Il metallo delle manette si chiuse sui polsi con uno scatto secco.

Quel suono, più della musica, più del ghiaccio, più del boato del combattimento, segnò davvero la fine della notte.

La Gendarmeria era arrivata troppo tardi per salvare i propri uomini.

Sarebbe arrivata in tempo perfetto per trovare una colpevole.

Cecily Campbell, ancora mezza svenuta, non poteva saperlo.

Ma mentre il sergente dettava i primi ordini, mentre altri soldati correvano verso il corridoio dei cadaveri e qualcuno gridava di cercare Von Buren, una nuova storia cominciò a scriversi sopra il sangue e il gelo dell’ambasciata.

Una storia semplice e, proprio per questo, destinata a fare molta strada.

La pistolera dei Seven Points aveva seguito la pista del Cristallo di Mana per salvare il proprio quartiere.

Ora giaceva in manette nel cuore della Lonely Star, circondata da morti che non aveva ucciso.

L’attendeva un brusco risveglio.