Capitolo 01

Punti di vista

Pubblicato il 25 luglio 2026 · 13 minuti di lettura

Cecily Campbell legge accanto alla finestra della mansarda dello Shooting Star, mentre Carson siede davanti a una scacchiera nella Falstaff notturna

«Ti sei addormentato, vecchio barbagianni, o anche questa volta hai deciso di darmela vinta?»

«No, carissima. Muovo la materia grigia. Sto pensando. Ho in mente una nuova strategia infallibile che ti lascerà senza parole… preparati…»

«Cielo, tremo tutta… brrrr…»

«Zitta che mi deconcentri!»

Sul pavimento in pietra irregolare della piccola e disordinata mansarda, davanti a una scacchiera usurata su cui erano rimasti ben pochi pezzi da muovere, Carson era piuttosto titubante.

Dunque… ta-ta-ta… questo qui… quello su per di là… se lei muove l’altro… mmmm… ce la posso fare… forse…

Anche quella volta giocare con i pezzi bianchi gli aveva portato una scalogna incredibile. E proprio di sfortuna doveva trattarsi, visto che in diciannove lunghi anni passati al fianco di Cecily non aveva mai vinto una volta.

Nemmeno per sbaglio.

E non solo con gli scacchi.

Poker, bridge, dadi e scommesse di ogni genere.

La sua coinquilina sembrava imbattibile a qualsiasi gioco esistente su Gaerth e, forse, perfino sull’intero mondo conosciuto.

Dannazione…

Il grosso gatto nero, ritto sulle zampe posteriori, scrutava attentamente i vari pezzi in legno sulla scacchiera con i suoi grandi occhi gialli, mentre con la zampetta sinistra si arricciava nervosamente un lungo ciuffo di peli neri sulla testa, più ribelle degli altri.

A scanso di equivoci, Carson andava particolarmente fiero di quel ciuffo.

Se muovo il cavallo… l’alfiere mi taglia di lì… potrei arroccare… un seno sodo… due belle gambe… fianchi prom… no, no e poi no! Concentrati, Carson! Concentrati! Non può vincere ancora! Non puoi farti battere un’altra volta da un’umana!

Il felino, sempre ritto su due zampe, si mise a camminare nervosamente su e giù lungo la scacchiera, fino a fermarsi all’improvviso per sorseggiare distrattamente da una tazza in porcellana sbeccata un caffè nero ormai fattosi freddo.

Mmm… ci sono! Proviamo a distrarla…

Non era una strategia particolarmente brillante, ma Carson non era nella posizione di fare lo schizzinoso.

Poteva accettare tutto.

Ma non di subire l’ennesimo scacco matto dalla sua padrona.

«Cecily» attaccò Carson con quella sua strana voce nasale che solo un gatto demoniaco poteva avere, «stasera cosa c’è in tavola per cena?»

«Niente di niente. La dispensa piange miseria» giunse la risposta non troppo accorata della ragazza.

«E senti un po’» riprese il micio con veemenza, «quando ti decidi a comprare al mercato un po’ di pesce da mettere sotto i denti? Sono stufo, anzi, arci-stufo del solito latte vecchio che ti rifilano qua sotto, allo Shooting Star. Non vedi come sono patito? Sono nel fiore della giovinezza e ho bisogno di molte energie per tirare avanti…»

Questa volta nessuna risposta giunse da Cecily, lasciando Carson e le sue interminabili lagne al solo cospetto dell’implacabile scacchiera.

E la famosa strategia sembrava non funzionare.

«Cecily Campbell!» riprese infastidito il gatto dal manto nero, posando con stizza la tazzina di caffè vuota sul pavimento. «Da quando in qua, signorina, non si risponde nemmeno più alle domande del tuo povero pard? Ah-ah, birichina! Ti ho beccata! Stai riflettendo, ammettilo! Mi temi, vero? Senti la sconfitta vicina, e fai bene… questa volta ti batterò, stanne certa!»

«Tsk» si limitò a rispondere con ironia la coinquilina, non troppo interessata a quella pantomima.

«Tsk lo dirò io domani, cara la mia mattacchiona, quando vincerò la mia scommessa e al mercato mi dovrai comprare una bella cesta di pesci succulenti.»

Carson, la cui concentrazione di solito rasentava lo zero, si perse per lunghi istanti nel tentativo di ricordare quanto fosse buona e gustosa una bella triglia in padella.

Dall’altra parte della scacchiera, incurante di quello che il suo amico blaterava a ogni occasione buona, stava seduta sul davanzale dell’unica finestra della mansarda una bellissima ragazza dall’incarnato pallido.

Il suo volto, chiaro e gentile, era adornato da capelli di un rosso acceso raccolti in due lunghe trecce che, insieme alle lentiggini color nocciola che le baciavano il naso all’insù e le guance morbide, le donavano l’aspetto di una splendida monella cresciuta.

Gli occhi di Cecily, di un verde profondo e limpido, erano fissi su quello che pareva essere un vecchio album di fotografie sgualcito.

Lo sguardo malinconico della giovane, di tanto in tanto, si spostava vacuo sul paesaggio notturno.

Da quella vecchia mansarda, situata al piano superiore della vecchia birreria Shooting Star, si poteva vedere la piazza dei Seven Points, il cuore del Quartiere Popolare di Falstaff.

I vetri sottili, oltre a riflettere la flebile luce della lampada a gas della stanza che, quella notte, sembrava più debole e tremolante del solito, erano ancora macchiati dalle ultime gocce di pioggia del diluvio che aveva imperversato per tutto il pomeriggio uggioso.

Ora fuori, fra i poveri borghi del quartiere, fra gli scalcinati palazzi di mattoni di un rosso spento, i carri vuoti del mercato e le tettoie di legno, sibilava un forte vento primaverile che, con lunghe e feroci folate, faceva sbattere imposte e cigolare in maniera spettrale le insegne degli empori.

Lunghe file di panni stesi ad asciugare tra un palazzo e l’altro si dimenavano furiosamente sotto la spinta delle raffiche mentre, frettolosamente, alcune massaie cercavano di portare in salvo il bucato.

Da una delle sette vie che convergevano nell’ampia piazza, una fila discontinua di uomini che si tenevano il cappello con forza e donne con lo scialle avvolto sulla testa camminava lentamente verso casa.

Il turno pomeridiano di lavoro alle filande era appena finito.

Gli operai di quel povero quartiere, dopo lunghe ed estenuanti ore di lavoro, rincasavano sotto il peso della fatica.

I Seven Points erano la miglior rappresentazione del fallimento della cosiddetta Rivoluzione Industriale Magica.

Il potere della magia unito alla forza del vapore, che aveva trasformato il Vecchio Mondo al di là dell’Oceano in un luogo moderno e civilizzato, aveva promesso agli uomini e ai coloni di Gaerth un futuro radioso.

Così non era stato.

Con l’acuirsi del problema dettato dall’avvelenamento magico della Grande Frontiera, il divario tra ricchi e poveri, tra nobili e popolo, si andava allargando di giorno in giorno.

In lontananza, quasi a dispetto della penombra malinconica dei Seven Points, le luci radiose dei Quartieri Nobili, nella parte alta della città, brillavano come fari nella notte.

La Torre dell’Orologio Nord, sormontata da uno dei Cristalli di Mana che facevano funzionare l’Harmonixer principale della Barriera, pareva un immenso diamante su cui ogni luce di Falstaff si rifletteva, rilucendo splendida nel cielo notturno.

Tra i riflessi di colore cangiante delle ellissi si riusciva a fatica, nonostante ora il cielo fosse sereno, a vedere qualche stella nel firmamento, a causa dell’illuminazione artificiale dei lampioni a gas.

Eppure, quella notte, nonostante tutto, una costellazione particolare pareva brillare intensamente su Falstaff e su tutta Gaerth.

Le sue sette stelle brillavano ognuna di un colore diverso, come una sorta di arcobaleno celeste.

A Gaerth, quel sistema celeste era conosciuto come la Crazy Rainbow Star, la costellazione dei sette colori del Mana, il potere magico che permeava il mondo.

«…poi dovresti sapere che il pesce contiene elementi fondamentali per una corretta alimentazione e…»

Cecily, nauseata dalla parlantina di Carson, chiuse di scatto l’album di ricordi, rivolgendosi poi al suo compagno felino.

«Hai intenzione di continuare ancora per molto con questa storia dei pesci? Spero che tu stia scherzando, vecchio brontolone» attaccò con ironia la cowgirl, guardando nel frattempo la situazione sulla scacchiera. «Non abbiamo il becco d’un quattrino. Siamo al verde, te lo sei forse dimenticato? Abbiamo sì e no i dollari per arrivare a fine settimana e, sempre perché per queste cose hai memoria corta, siamo indietro di due affitti con Hannibal. Di questo passo, altro che pesci… dovrai fare a meno anche del tabacco.»

«Bah-bah-bah» cominciò ad argomentare Carson, scocciato, con il lungo ciuffo di peli che gli danzava sugli occhi felini. «Questa è buona. Il vecchio può aspettare… d’altronde lui è…»

«D’altronde un corno!» rimbeccò la ragazza, facendo due passi verso la scacchiera per poi sedersi a terra a gambe incrociate, con il mento appoggiato alla mano e sul viso un’espressione particolarmente annoiata.

«Gli affari dello Shooting Star non vanno per niente bene ultimamente. La gente in giro ha pochi verdoni da spendere. Poi, a dispetto tuo, mangiapane a tradimento che non sei altro, io i debiti li pago. Sempre, fino all’ultimo centesimo. Anche se si tratta del vecchio Hannibal. Ora vuoi muovere un pezzo o no?»

Carson, dopo aver fissato particolarmente piccato la situazione ingarbugliata sulla scacchiera, alzò la testa per scrutare con attenzione Cecily.

La ragazza, anche quella sera, era vestita con il suo solito completo nero da cowgirl che le calzava a pennello.

I jeans stretti, che mettevano in risalto le sue curve, salivano, dopo aver superato una cintura anch’essa nera segnata da alcune borchie, fino a una camicia bianca dal collo alto e castigato, sormontata da un gilet scuro.

Dal taschino sinistro di questo pendeva la catena in argento di un vecchio orologio a cipolla.

A completare il look di Cecily, oltre agli stivali alti da cavallerizza ormai usurati, vi era un grosso fiocco rosso legato al collo, che sembrava fare coppia con il colore acceso dei suoi capelli.

Cecily, sentendosi gli occhi del felino addosso, alzò lo sguardo dalla scacchiera.

«E ora cos’hai da guardare, gatto?» disse flemmatica la cowgirl, con quel suo tono di voce sempre sospeso tra l’ironia e lo sgarbato.

«Non sono un gatto» sindacò immediatamente Carson mentre, con un fiammifero tra le zampe, si riaccendeva un mozzicone di sigaretta rimasto nel portacenere sul pavimento. «Sono un demone… Quante volte te lo devo ripetere?»

«Per l’amor del cielo! Non ricominciare con questa storia del demone!» lo interruppe scocciata la cowgirl. «Fai questa dannata mossa, forza! Non possiamo stare qui tutta la notte! Domani mattina, carissimo, sveglia di buon’ora. Con la fine delle piogge dobbiamo andare in giro a rimediare qualche lavoretto, o altrimenti niente cena neanche domani… ma si può sapere cos’hai da guardare?»

Carson, dopo aver sbuffato con fare compiaciuto una piccola nuvola di fumo, parlò quasi con innocenza.

«Sai, Cecily, più ti guardo e più ho la netta sensazione che ultimamente tu sia cresciuta…»

Era impossibile non scorgere una certa malizia in quelle parole.

L’istante successivo, sentendo le parole pronunciate dal gatto, il viso candido della ragazza avvampò di rabbia, mentre le lentiggini si perdevano nelle gote arrossate per l’imbarazzo.

«C-cresciuta? Cosa intendi?» disse balbettando Cecily mentre, spiazzata, guardava verso il basso, cercando istintivamente di prendere le misure con le mani del proprio petto, non acerbo ma nemmeno eccessivamente prominente.

In quel momento, nella mente della cowgirl, presa alla sprovvista dall’uscita perentoria del suo pard, i ricordi della prima adolescenza si accavallarono, facendole quasi sentire ancora nelle orecchie le voci degli altri ragazzini dei Seven Points con cui era cresciuta.

Piatta! Asse da stiro! Maschiaccia! Pel di carota! I tuoi genitori ti hanno abbandonata perché sei brutta!

Il ricordo di quelle cantilene crudeli, che solo i bambini sapevano intonare con tanta ferocia, la riempì di una sensazione amara, quasi potesse sentire nuovamente il gusto delle lacrime versate in quei momenti.

Quelle stesse lacrime che poi si erano trasformate in rabbia e determinazione.

Non sono più una bambina… Ora sono una donna.

Furente, senza pensarci due volte, la cowgirl afferrò la prima cosa che le capitò sotto mano e la scagliò con rabbia contro Carson e le sue uscite da mentecatto.

Il vecchio album di fotografie, dopo aver oltrepassato in volo la scacchiera, centrò in pieno il gatto, che non si aspettava di certo una reazione così selvaggia della sua coinquilina.

«Sei un vecchio gatto sporcaccione! Ecco cosa sei!» tuonò Cecily furibonda, guardando il felino rialzarsi dopo la botta e sfregarsi energicamente la testa con un occhio chiuso per il dolore.

«Ma ti sei bevuta il cervello?» rimbrottò Carson. «Potevi ammazzarmi, lo sai? E poi non sono uno sporcaccione, di grazia… constato la pura e semplice realtà delle cose.»

«Sì, come no! A chi la vuoi dare a bere?» lo interruppe immediatamente la padrona, puntandogli contro l’indice minacciosa. «Ogni scusa è buona… sei indecente!»

Il felino demoniaco, puntando a sua volta la zampetta verso la cowgirl, si mise quasi a soffiare, come fanno i gatti prima di scontrarsi con i propri simili.

«Non usare quel tono con me, signorina! Ti conosco da quando eri alta così.»

«Beh, razza d’un balordo» lo interruppe nuovamente lei, avvicinando da seduta il viso a quello del gatto in segno di sfida, «ora sei tu a essere alto così!»

D’improvviso, quasi all’unisono, i due litiganti abbassarono insieme gli occhi sulla scacchiera.

Tra i pezzi di quel finale di partita vi era una fotografia in bianco e nero, molto probabilmente fuoriuscita dall’album durante la carambola.

Carson, allungando repentinamente la zampa, la afferrò per osservarla.

La cowgirl, intravista l’immagine che faceva capolino dalla fotografia, si fece improvvisamente silenziosa, lasciando morire all’istante l’alterco con il gatto.

La fotografia, le cui tonalità seppia le donavano un che di malinconico, ritraeva una Cecily di qualche anno più giovane accanto a un giovanotto dal bel portamento.

Entrambi, con un sorriso giovane sulle labbra, seduti sul bordo della grande fontana situata al centro della piazza dei Seven Points, indossavano la divisa dell’Accademia Ufficiali della Gendarmeria. Ai loro piedi, ovviamente con l’immancabile sigaretta in bocca, c’era Carson.

Erano passati solo due anni dal giorno in cui quella foto era stata scattata, eppure per Cecily molte cose erano cambiate da allora.

Aveva smesso di essere un soldato per diventare una pistolera.

Dopo un lungo istante di silenzio, il gatto fece scivolare la zampa sui pezzi e, afferrata la torre, la spostò lungo la scacchiera.

I suoi occhi gialli, tuttavia, non si staccavano dall’immagine di quello scatto.

«Chissà come sta Lyon… e cosa sta facendo adesso» pensò ad alta voce il felino, quasi sospirando.

Appena il nome si librò nell’aria, Cecily, scura in volto e con gli occhi limpidi macchiati di risentimento, strappò senza tante smancerie la fotografia dalla zampa di Carson e la infilò a casaccio in un vecchio libro riverso a terra.

Senza nemmeno guardarla.

«Di sicuro sta meglio di noi. Di questo puoi stare certo» disse freddamente la ragazza, con le labbra tuttavia corrucciate, come in preda a pensieri gravi. «Di sicuro il tenente Reginald Lyon ha qualcosa in tavola da mettere sotto i denti stasera… non che la cosa mi interessi. Lui fa la sua vita, noi la nostra.»

Detto questo, gli occhi verdi si abbassarono nuovamente sulla scacchiera.

Prima che Carson potesse anche solo pensare di replicare all’uscita stizzita della sua padrona, la mano implacabile di Cecily aveva già afferrato con decisione la regina nera, spostandola a sua volta.

«Scacco matto, gringo. Domani il giro di birra è affar tuo. Ben ti sta, maniaco d’un gatto.»

Carson, destato bruscamente da quelle parole, allibì.

Cecily l’aveva battuto ancora una volta.

Di nuovo.

Non è giusto… Non è giusto… piagnucolava la coscienza del demone.

«Non è giusto, hai barato!» cominciò gesticolando con le zampe all’aria il felino in direzione di Cecily, che, come al solito, dava poche attenzioni alla pietosa pantomima del suo pard. «Mi hai distratto, lo hai fatto apposta! Prima le accuse, poi mi hai colpito e…»

«È giusto e basta, impiastro» lo canzonò la cowgirl, cominciando a mettere via con cura i pezzi in legno della vecchia scacchiera.

«Un accidente, tizzone d’inferno!» imprecò Carson, dopo aver mentalmente realizzato che le due pinte di birra del giorno seguente avrebbero completamente prosciugato le sue finanze. «Non è giusto e basta. Sei una bara! E poi non sono un maniaco e, tantomeno, un gat…»

Tutto a un tratto, una folata di vento molto più forte delle altre parve incunearsi fra le vie dei Seven Points, seguita da una sorta di boato ovattato.

Il secondo successivo, all’interno della caotica mansarda, la luce a gas si spense del tutto, lasciando al buio pesto i due.

Cecily, alzatasi da terra in fretta e furia come a seguire una strana sensazione che le correva lungo la schiena, si avvicinò rapidamente alla finestra, seguita a ruota da Carson che, con un balzo, era salito sul davanzale per poter guardare fuori.

Buio, ovunque.

Le luci dell’intero Quartiere Popolare si erano spente e la fontana al centro della piazza aveva smesso di colpo di far scorrere l’acqua.

Quasi d’istinto, mentre le prime grida di stupore degli abitanti dei Seven Points si alzavano nella notte resa ancora più spettrale da quell’improvviso blackout, la cowgirl alzò lo sguardo al cielo.

La sensazione sulla schiena divenne immediatamente una terribile realtà che, in un attimo, le fece gelare il sangue nelle vene.

Carson, al suo fianco, aveva la bocca socchiusa per lo stupore.

“Oh-oh” si limitò a dire.

Entrambi, almeno quella volta, avevano lo stesso punto di vista su una cosa.

In cielo, una delle sette ellissi della Barriera Armonica era scomparsa.

In distanza, alcuni ruggiti provenienti dall’uscita sud della città riempirono di terrore l’intero quartiere.

I Seven Points erano in un brutto guaio.