Capitolo 02

Grosso guaio ai Seven Points

Pubblicato il 1 agosto 2026 · 15 minuti di lettura

Cecily Campbell e Carson nella piazza devastata dei Seven Points, minacciati da un enorme grizzly demoniaco a due teste sotto la Barriera Armonica incrinata

Cecily non perse neppure il tempo di pensare.

Si staccò dalla finestra, attraversò al buio la mansarda e per poco non travolse la scacchiera ancora aperta sul tavolino. I pezzi tremarono, alcuni caddero di lato, ma lei era già davanti all’appendiabiti in ferro battuto.

Si allacciò in vita il cinturone a cartucciera, da cui pendevano le due fondine nere dei revolver, poi infilò il lunghissimo spolverino, nero e scampanato, che le arrivava quasi alle caviglie.

Con un gesto secco si calò in testa lo stetson a tesa larga e spalancò la porta che dava sul cortile interno dello scalcinato palazzo, dove una scala di legno scendeva verso la strada.

«Faresti meglio a rimanere qui» disse in tutta fretta.

«Scordatelo, bellezza. Neanche per sogno. Vengo con te!» la apostrofò subito Carson, mettendosi su quattro zampe e infilandosi dietro di lei lungo le scale.

«Guarda che ci sono ancora tutti i pezzi da sistemare.»

«Ma non ci si vede niente!» provò a usare come scusa il felino.

Gli stivali alti di Cecily schioccavano veloci sulle vecchie assi di legno, ancora umide per la pioggia del pomeriggio.

«Tu al buio ci vedi benissimo. Che gatto saresti, altrimenti?»

«Beh… ecco… sì… ma vedere al buio mi fa venire il mal di testa! Non ci penso nemmeno a riordinare quello che hai messo in disordine tu!» replicò Carson, stranamente turbato. «E poi dopo mi devi dare la rivincita, visto che hai barato… sempre che ci sia un dopo.»

«Non cominciare a fare l’uccello del malaugurio o ti metto in pentola, gattaccio.»

Cecily continuò a scendere di corsa, seguita dal suo pard felino.

Arrivati in fondo alla scalinata, i due girarono nel vicolo dietro lo Shooting Star, dove una vecchia diligenza a vapore arrugginiva tra barili di legno pieni d’immondizia. Poi sbucarono nella grande piazza dei Seven Points.

Nel buio incombente, lo spettacolo del blackout era ancora più inquietante.

La vecchia fontana aveva smesso di zampillare. Le sette tartarughe di marmo al suo centro, senza più l’acqua a nasconderne le crepe, apparivano piene di muffa e aloni verdastri.

Tutt’intorno, sull’acciottolato di quella che veniva considerata la piazza più antica di Falstaff, cowboy usciti di corsa dai saloon, operai, massaie e bottegai erano piombati in strada. Lo stupore iniziale si stava trasformando in panico.

Tra la gente serpeggiava una sensazione precisa, anche se nessuno aveva ancora avuto il coraggio di dirla ad alta voce.

Qualcuno aveva spento il Quartiere Popolare Numero 7.

Il vento, nel frattempo, non voleva saperne di calmarsi. Continuava a ululare tra i vicoli con raffiche forti e spietate, portando con sé il pianto di qualche bambino impaurito dall’oscurità improvvisa.

E non solo quello.

Dal confine della Barriera Armonica arrivavano ruggiti mostruosi e tonfi sordi, sempre più nitidi, sempre più vicini.

Gli abitanti dei Seven Points erano abituati a quei rumori terribili provenienti dalle Pacific Plains, soprattutto in primavera, quando il Mana Selvaggio sembrava defluire con maggiore violenza. Tuttavia, grazie alla Barriera Armonica che avvolgeva Falstaff, avevano sempre potuto fingere di essere al sicuro.

Nessun Demone poteva penetrare le difese della capitale dell’Unione.

Almeno fino a quella notte.

Lo spegnimento di una delle sette ellissi che ruotavano senza sosta in cielo non era soltanto un guasto. Era un pessimo presagio.

Cecily, con Carson che la seguiva su quattro zampe per non dare nell’occhio, arrivò alle spalle di un uomo alto e corpulento, avvolto in un cappotto che faticava a contenerne la mole.

«Mr. Brasseur!» chiamò la ragazza, alzando la voce per sovrastare il vento e tenendosi il cappellaccio nero con una mano. «Dov’è Hannibal?»

Il proprietario dell’emporio accanto allo Shooting Star si voltò di scatto. La bombetta usurata gli stava calata pesantemente sulla testa, e il volto flaccido era pallido di paura.

«Ah, sei tu, Cecily! Per l’amor del cielo, che succede? Perché tutto ha smesso di funzionare di colpo?»

«Mi piacerebbe saperlo. Dov’è il vecchio? Sta facendo qualcosa per risolvere questo guaio?»

«Il sindaco è laggiù, vicino alla camera blindata dell’Harmonixer.» Brasseur indicò tremando l’altro lato della piazza. «Sta andando a controllare che quell’aggeggio non abbia problemi.»

Cecily non gli rispose nemmeno.

Attraversò la folla dei poveri abitanti dei Seven Points, illuminata soltanto dalle stelle e da una luna gibbosa, di un giallo malsano. Tutti fissavano il cielo con lo stesso sguardo: come se, per la prima volta, si fossero ricordati che la Barriera non era il cielo. Era solo qualcosa che qualcuno aveva costruito per impedire al cielo di cadere loro addosso.

Oltrepassata l’ampia fontana, dove l’acqua stagnante si muoveva al ritmo del vento, Cecily vide un folto gruppo di uomini. Molti tenevano lanterne a olio, che tremavano nella notte come piccoli cuori spaventati.

Davanti a loro, presso un massiccio portone di ferro incastonato nella parete di un antico palazzo, stava Hannibal Isaia Nelson, sindaco del Quartiere Popolare Numero 7.

Il vecchio armeggiava febbrilmente con un enorme mazzo di chiavi.

Ritto sulle gambe nonostante una di queste fosse di legno, frugava tra le chiavi con il volto magro e rugoso contratto dalla rabbia. I lunghi capelli bianchi, arruffati, gli si dimenavano attorno alla testa sotto le raffiche.

Il padrone dello Shooting Star stava cercando la chiave della camera blindata dove giaceva l’Harmonixer dei Seven Points: l’impianto a vapore magico che faceva funzionare l’illuminazione a gas, le autoclavi dell’acqua corrente e le spillatrici di birra.

Ma non solo.

L’energia generata dall’antico macchinario sosteneva anche la porzione di Barriera Armonica che proteggeva il quartiere.

Cecily, chiusa nel pastrano nero che la faceva sembrare ancora più alta e allampanata, si fece strada tra gli uomini raccolti a semicerchio. Tutti guardavano Hannibal come se quel vecchio zoppo e irascibile potesse rimettere in moto Falstaff soltanto trovando la chiave giusta.

«Ehi, nonno!» esclamò la cowgirl, arrivandogli al fianco, con Carson due passi indietro. «Si può sapere cosa diavolo sta succedendo?»

Hannibal riconobbe quella voce e si voltò.

Dietro gli occhiali tondi dalle lenti ingiallite, i suoi occhi scuri fissarono il volto lentigginoso della ragazza, ora cupo come il cielo sopra i Seven Points.

«Un bel problema, bambina mia…» sospirò, continuando a cercare la chiave con rabbia. «Quel maledetto Harmonixer deve avere dei guai. Di colpo ha smesso di funzionare.»

«Questa è bella. Adesso l’Harmonixer smette di funzionare? Com’è possibile?» ribatté Cecily con arroganza, quasi pretendesse che il suo padre adottivo avesse una risposta per ogni cosa.

«Invece di lagnarti, guarda lassù, zuccona!» le rispose di traverso Hannibal, spazientito. «Su, nei Quartieri Nobili le luci funzionano. E in cielo l’unica ellisse spenta è la numero 7, quella del nostro quartiere. Questo significa che ad avere dei guai è il nostro Harmonixer.»

Cecily abbassò il cappello sugli occhi, con l’aria di una bambina imbronciata dopo una strigliata, poi sollevò lo sguardo verso la gigantesca scalinata che conduceva alla parte alta di Falstaff.

Lassù, nella zona residenziale della capitale dell’Unione, innumerevoli luci a gas rischiaravano ancora il cielo notturno. Gli immensi Cristalli di Mana brillavano sopra le quattro Torri degli Orologi Cardinali.

Il mondo dei ricchi non si era spento.

Solo i Seven Points erano rimasti al buio.

«Eccoti qua, maledetta!» tuonò Hannibal con soddisfazione.

Inserì una chiave usurata nella piccola toppa del portone blindato.

Un clangore sinistro, seguito dallo stridere di meccanismi arrugginiti, riempì l’aria. Sbuffi di vapore magico si alzarono dai pistoni idraulici della chiusura, mentre la porta della camera blindata si apriva lentamente.

«Una lampada, presto!» ordinò il vecchio.

Conrad Fortman, il maniscalco, gli si avvicinò subito e gliene porse una.

Cecily, dal canto suo, si avvicinò alla vecchia vedova Livingstone, che isterica come sempre continuava a lamentarsi di ogni cosa, e le strappò la lampada dalle mani senza troppa cortesia.

«Ehi, ma… signorina Campbell!» protestò la donna. «Vi sembra il modo? Un giorno o l’altro finirete…»

Le ultime parole non arrivarono nemmeno alle orecchie della cowgirl.

Cecily era già al fianco di Hannibal.

Dopo un breve e angusto corridoio di pietra grigia, la gamba di legno del vecchio toccò per prima il freddo pavimento della stanza. Il suolo, le pareti e il soffitto erano rivestiti da una lega metallica simile all’ottone: il cosiddetto Mana Curve.

Quella speciale lega, ormai rarissima su Gaerth, era capace di inibire il potere del Mana. Veniva usata per rivestire le camere degli Harmonixer, così da impedire che improvvise perdite di vapore magico avvelenassero la zona circostante.

Le due lampade a olio illuminarono fiocamente la stanza.

Dalle ombre emersero grossi condotti pressurizzati che partivano dai macchinari e sprofondavano nel sottosuolo, simili a tentacoli neri di bronzo ossidato.

Normalmente quei tubi trasportavano il vapore magico che faceva funzionare i servizi del quartiere. Di solito la camera era piena di fracasso: pistoni, ingranaggi, fischi di caldaia, vibrazioni armoniche.

Quella notte, invece, i condotti ronzavano appena.

Un suono basso, malato, molto diverso dal respiro potente di un Harmonixer al lavoro.

In fondo alla camera blindata, contro la parete di Mana Curve, il macchinario sembrava morto.

Hannibal si avvicinò in fretta e premette un bottone usurato, nella speranza che nell’aria apparisse il quadrante armonico dei comandi.

Un clack secco fu l’unica risposta.

Cecily, pur essendo affine alla magia, di Harmonixer e diavolerie simili capiva ben poco. Restò immobile a osservare ciò che faceva il suo vecchio.

Il Mana Curve della stanza la infastidiva terribilmente. Le dava la sensazione di una mano pronta a soffocarle qualcosa dentro il petto. Eppure era rimasta accanto a Hannibal senza esitare.

Nei suoi occhi verdi c’era tutta l’ammirazione che provava per quell’uomo irascibile, l’uomo che l’aveva cresciuta con amore e semplicità in quell’angolo dimenticato di Falstaff.

Cercando di non far trapelare il nervosismo, Cecily parlò con un tono in bilico tra l’ironico e l’acido.

«Cosa dice la macchinetta? È pronto il caffè?»

Alzò con l’indice la tesa del cappello per vedere meglio cosa stesse combinando Hannibal.

Il vecchio birraio, sempre più scuro in volto, continuava ad armeggiare con il macchinario. Quella tecnologia perduta risaliva all’epoca antecedente al Cataclisma, un periodo che nei libri di storia di Gaerth trovava poco spazio e molte omissioni.

«Non capisco, Cecily… proprio non capisco cosa diavolo gli prenda a questo affare.» Hannibal batté le nocche contro la placca dei comandi. «Proprio oggi pomeriggio sarebbe dovuto passare uno scienziato-mago della Lonely Star per la solita manutenzione.»

«Beh, non mi sembra abbia fatto un ottimo lavoro» disse la ragazza.

Nella penombra, fissò l’Harmonixer. Aveva visto quel macchinario molte volte, fin da bambina, sempre insieme all’uomo che continuava affettuosamente a chiamare “nonno”.

Fu allora che un particolare le saltò agli occhi come un colpo sparato nel buio.

All’Harmonixer mancava un pezzo.

Cecily si avvicinò di scatto.

«Stammi a sentire. Sbaglio o qui manca qualcosa?»

Hannibal sollevò la testa dai comandi e avvicinò la lanterna alla parte alta del macchinario.

Guardò il punto indicato da Cecily.

I suoi occhi, dietro le lenti ingiallite, si spalancarono.

Le parole gli uscirono a fatica.

«I-Il Cristallo… il Cristallo di Mana… dov’è?»

Nell’antico Harmonixer, una sede grossa quanto un pugno, che normalmente ospitava qualcosa di simile a un diamante translucido, era vuota.

Senza il Cristallo di Mana, il macchinario non poteva estrarre la magia di Gaerth, filtrarla e riconvertirla in energia da unire al vapore.

Prima ancora che qualsiasi ipotesi potesse prendere forma nella testa dei due, grida di terrore e colpi di fucile si levarono dalla piazza.

Alle orecchie di Hannibal arrivò soltanto un miagolio disperato.

A Cecily, invece, giunse chiarissima la voce del suo pard felino.

«Cecily! Cecily!» strepitava Carson fuori dalla camera blindata. «Per l’animaccia mia, muoviti! C’è una crepa… una crepa nella Barriera Armonica! Presto!»

Hannibal e Cecily si catapultarono fuori dalla camera blindata.

Nella piazza dei Seven Points si era scatenato il panico.

Nel buio si vedevano le vampe dei Winchester di alcuni cowboy. Gli spari si perdevano nell’aria, sovrastati da un ruggito mostruoso proveniente dalla via principale che scendeva verso la Porta Ovest di Falstaff.

Uomini e donne correvano in ogni direzione, urlando attorno alla fontana.

«Scappate! Un Demone ha oltrepassato la Barriera!»

«La Gendarmeria! Qualcuno telegrafi alla Gendarmeria!»

Nella notte primaverile, a non più di trenta metri da Hannibal e Cecily, una sagoma nera alta tre volte un uomo avanzava ciondolando.

Ogni passo sembrava far tremare la piazza.

I ruggiti rimbombavano tra i borghi, coprendo il tramestio della fuga.

Era un enorme grizzly, mutato dal Mana Selvaggio in un mostro a due teste dalle fauci acuminate e deformi. Procedeva sbavando, distruggendo tutto ciò che gli si parava davanti con una furia cieca.

Il Demone doveva essere penetrato da una crepa nella Barriera Armonica, generata dal blackout dell’Harmonixer.

«Cecily, dobbiamo fare qualcosa!» urlò Carson, vedendo la cowgirl emergere dal corridoio. «Ci deve essere un modo per fermarlo prima che rada al suolo i Seven Points!»

Hannibal, intanto, vide alla paura per la sparizione del Cristallo sommarsi l’orrore per quella creatura che minacciava la vita dei suoi cittadini.

Il vecchio sindaco si portò una mano al petto.

Il suo cuore stanco e malato faceva ormai fatica a reggere emozioni così violente. Per un istante provò a restare in piedi, poi cedette contro la parete.

«Hannibal!» gridò Cecily, afferrandolo tra le braccia. «Tutto bene? Hannibal, ti prego, rispondi! Nonno!»

Il vecchio aprì un occhio. Il respiro era debole, ma cercò comunque di tranquillizzarla.

«S-Sono qui… non preoccuparti, bambina mia… sto bene…» mormorò. «Ora però ci vogliono i gendarmi… la Gendarmeria… per fermare quel mostro…»

«Non ti affaticare, nonno.»

Cecily mandò giù le lacrime che le erano comparse all’improvviso negli occhi verdi.

«Risolveremo la cosa anche senza soldati. Te lo prometto.»

Intorno a loro, la fuga disordinata continuava.

Il Demone era ormai a meno di venti metri dalla fontana quando un urlo più acuto degli altri squarciò la piazza.

Una madre con un bambino in fasce, scappando dalla propria casa ridotta a un cumulo di macerie dal mostro, inciampò e rovinò a terra.

Sopra di lei, dolorante e terrorizzata, troneggiava l’orribile grizzly a due teste.

Una delle fauci si spalancò.

La zampa si sollevò.

«Cecily!» urlò Carson.

La ragazza appoggiò Hannibal al muro con una delicatezza quasi incongrua rispetto alla furia della piazza.

Poi partì.

Attraversò la piazza come un fulmine, il volto candido e lentigginoso indurito dalla determinazione.

Il suo spolverino nero frustava l’aria, sospinto dalle raffiche. Lo stetson, trattenuto dal soggolo, le ballava furiosamente dietro la nuca.

Senza battere ciglio, Cecily incrociò le braccia dietro la schiena ed estrasse dal cinturone i due revolver che portava nelle fondine di cuoio nero.

Cherry e Strawberry.

La pistola sinistra e la pistola destra.

Le due magnifiche armi, dal calcio in avorio e dalla carcassa d’argento finemente incisa con piccoli cuori, rifletterono la luce malata della luna.

Erano l’unico ricordo dei genitori che Cecily non aveva mai conosciuto.

«Dead Man Walking…» disse sottovoce.

Il Mana, invisibile agli altri, rispose al suo richiamo.

Con una velocità impossibile da seguire, la cowgirl aprì i tamburi di entrambi i revolver con un doppio movimento dei polsi. Lasciò cadere cinque dei sei colpi contenuti in ciascuna pistola.

Doveva sparare soltanto due proiettili.

Due colpi, uno per ogni arma.

Se voleva salvare quella donna e il bambino, le pistole dovevano essere perfettamente bilanciate. Nessun peso di troppo. Nessuna minima imprecisione. Solo traiettoria, potenza e destino.

Con un altro movimento rapidissimo richiuse i tamburi.

Poi allargò le braccia, tenendo le rivoltelle ruotate di lato.

Abbassò il capo.

Sorrise in modo spettrale.

Alle sue spalle qualcosa prese forma.

Nessuno poteva vederlo.

Nessuno tranne Carson.

E Cecily stessa.

Dietro la pistolera in nero stava l’immagine traslucida e spaventosa di uno scheletro chiuso in un elegantissimo tight rovinato, pieno di pezze. Il teschio ghignante era sormontato da un alto cilindro, nella cui fascetta di raso nero era infilato un asso di cuori.

Nelle mani del grottesco essere fatto di Mana c’erano due pistole d’argento, identiche a quelle impugnate da Cecily.

Quello era Dead Man Walking.

La manifestazione del potere Jesper di Cecily Campbell.

La ragazza premette entrambi i grilletti.

Sparò in due direzioni che parvero del tutto casuali, impossibili, inutili.

«Hasta la vista, hombre… ci si vede nella prossima vita.»

La voce le uscì bassa, truce.

«Ricochet Prayer.»

I due colpi di grosso calibro si persero nel buio.

Per un istante sembrò che Cecily avesse mancato tutto.

Il Demone abbatté la zampa verso la madre e il bambino.

Poi i proiettili tornarono.

Dopo una serie di rimbalzi impossibili contro ferro, pietra, insegne divelte e frammenti di carro, entrambi i colpi cambiarono traiettoria nello stesso identico istante.

Uno da destra.

Uno da sinistra.

Centrarono in pieno le due teste del grizzly mutato.

Le attraversarono da parte a parte e le fecero esplodere in una pioggia di sangue scuro e Mana corrotto.

Un ultimo ruggito rimase incastrato nella gola del Demone.

Il corpo, decapitato, barcollò per qualche istante.

Poi crollò all’indietro sul selciato e sfondò con un boato una diligenza della Posta parcheggiata al lato della via.

Per un momento, nella piazza dei Seven Points, nessuno ebbe il coraggio di respirare.

Cecily rimase immobile.

Le trecce rosse le danzavano nel vento, che lentamente stava perdendo forza.

Cherry e Strawberry fumavano ancora, chiuse nei suoi pugni.

Al suo fianco, sbalordito come sempre, Carson osservò la sua padrona ritirare il proprio Jesper. Dead Man Walking svanì alle sue spalle come un brutto sogno troppo elegante per essere dimenticato.

Cecily rinfoderò i revolver con rabbia malcelata.

Intanto alcuni uomini erano corsi in soccorso della donna e del bambino. Conrad Fortman e altri cowboy aiutarono Hannibal ad alzarsi.

Il vecchio sindaco era bianco come un cencio e respirava male.

La via era devastata.

Carri del mercato ribaltati. Facciate di case crollate. Insegne di botteghe ed empori divelte. Vetri in frantumi. Legno spezzato. Polvere, fango e lacrime.

L’orso mutato dal Mana Selvaggio aveva lasciato dietro di sé una scia di distruzione che la povera gente del quartiere avrebbe faticato a riparare.

Carson guardò Cecily.

Come già era accaduto altre volte, vide saette attraversarle gli occhi verdi.

Sapeva che quando succedeva, le cose stavano per mettersi male.

Molto male.

La pistolera si calò di nuovo lo stetson sugli occhi e si mosse verso lo Shooting Star, dove Conrad e il dottor Hardin stavano trasportando Hannibal per prestargli i primi soccorsi.

«Qualcuno pagherà per questo» disse.

Nell’ombra, intanto, un occhio ametista e una benda non persero di vista la cowgirl in nero.

Cecily Campbell… interessante.