Prologo

Agguato al Bubble Soap

Pubblicato il 22 luglio 2026 · 16 minuti di lettura

Maddie Mood sulla veranda del Bubble Soap durante un temporale, con Falstaff e due cavalieri in lontananza

Che tempo da lupi…

Le vaste praterie verdeggianti delle Pacific Plains, che parevano perdersi nell’orizzonte sconfinato, erano ricoperte da una fitta pioggia battente. Nuvoloni grigi rovesciavano acqua a terra senza pietà, mentre l’aria umida era attraversata dal tintinnare ritmico delle gocce che picchiavano sulla struttura in legno del fatiscente saloon.

Lampi frastagliati e minacciosi illuminavano la penombra di quel pomeriggio ormai prossimo alla sera, intervallati, con sinistra cadenza, da tuoni spaventosi che rimbombavano come colpi di cannone su quella fetta di terra rigogliosa che separava l’Oceano Bianco, a Est, dall’entroterra sterminato dell’Ovest del continente di Gaerth: una terra conosciuta da pionieri, coloni, avventurieri e gendarmi con il nome di Grande Frontiera.

«Il Diavolo va in carrozza…» disse a mezza voce Maddie Mood, continuando a ciondolare sulla sedia a dondolo mentre un nuovo tuono poderoso riempiva il cielo di un grigio impenetrabile.

In lontananza, Falstaff, l’immensa capitale dell’Unione costituita dai regni di Gaerth, svettava come un’ombra nell’acquazzone. Le sagome degli alti palazzi nobiliari, dei sobborghi, delle ciminiere e delle torri a orologio sormontate dai Cristalli di Mana erano illuminate flebilmente dalle sette immense elissi della Barriera Armonica, che roteavano incrociandosi senza sosta attorno alla città.

Riflessi multicolore, simili ad aurore boreali cangianti, riempivano il livore del cielo inondato di pioggia: effetti di luce causati dallo sfregare del Mana Selvaggio che, incontrollato, saturava l’aria e cozzava violentemente contro l’artefatto generato dagli immensi Harmonixer a vapore della capitale.

Senza quella cupola, nata dall’unione di antiche tecnologie antecedenti il Cataclisma, energia a vapore e potere magico del Mana, Falstaff sarebbe stata spacciata. Ogni città, villaggio, insediamento o oasi esistente nelle immensità della Grande Frontiera aveva bisogno di una Barriera Armonica per continuare a esistere.

Eppure, giorno dopo giorno, per quanto l’uomo riuscisse lentamente e inesorabilmente a riportare alla luce le antiche tecnologie, imbrigliando persino la forza del vapore in treni e oggetti meccanici, il Mana, l’essenza magica che permeava il mondo di Gaerth, continuava a fuoriuscire incontrollato nell’aria, avvelenando la flora e la fauna.

Qualcosa aveva rotto l’equilibrio magico che sorreggeva il mondo intero, trasformando gli immensi spazi della Grande Frontiera in luoghi inospitali e pericolosi, e gli animali che una volta li popolavano in mostri senza controllo chiamati con timore dai coloni Demoni: esseri così terribili che nemmeno la Gendarmeria riusciva sempre a contenere.

Senza la Barriera, Falstaff, come ogni altro luogo di Gaerth, sarebbe stata sommersa da mostri di ogni genere, resi folli dall’avvelenamento magico, e la popolazione sarebbe stata sterminata.

Secondo gli scienziati magici della Lonely Star, una delle gilde di maghi indipendenti più famose della Grande Frontiera, entro pochi anni il Mana avrebbe cominciato a infettare anche le persone, con esiti imprevedibili.

Il sogno di colonizzare lo stupendo continente di Gaerth e la Grande Frontiera, con le sue praterie, i suoi canyon di pietra, i deserti aridi costellati da rigogliose oasi, gli immensi fiumi che sfociavano nella Fenditura — il mare interno creatosi nel grande cratere lasciato dal Cataclisma millenni prima — si era dovuto arrendere a una terribile verità.

Gli uomini dovevano trovare un modo per riequilibrare il Mana, oppure nessuna Barriera Armonica avrebbe salvato l’umanità dall’estinzione.

Un fischio distinto, nella prateria, riempì all’improvviso l’aria, sovrastando il cadere forsennato della pioggia.

Una serie di lampi spaventosi illuminò per lunghi istanti il treno corazzato a vapore che, uscendo dalla stazione di Falstaff, percorreva con il suo classico clangore di rotaie la strada ferrata che l’avrebbe condotto, come accadeva regolarmente ogni settimana, a Farewell City, l’ultimo avamposto dell’Unione prima della Grande Frontiera, chiamata anche la Città dell’Inizio e della Fine.

Maddie, fissando con il suo unico occhio il comignolo che sbuffava vapore, i fanali a gas che fendevano la penombra e le innumerevoli ellissi che circondavano i vagoni, segno che la Barriera Armonica mobile era già attiva, smise per un attimo di succhiare annoiata il lecca-lecca che teneva, non senza malizia, tra le labbra.

La ballerina, il cui viso maturo ma affascinante era deturpato da una benda nera sull’occhio destro che le dava un’aria poco raccomandabile, si passò una mano tra i lunghi capelli di un bianco candido, quasi a voler scacciare dalla testa un sinistro presagio che pareva non volerla lasciare in pace.

Dopo qualche tentennamento, la donna decise di tornare a oziare sulla sedia a dondolo.

L’ex ballerina da saloon indossava un vecchio abito da can-can dalle sfrangiature viola e nere, segnato da un profondo scollo che precipitava sul seno prosperoso, coperto da uno scialle di lana intrecciata dai motivi floreali.

Al collo, appesi distrattamente, stavano i suoi occhiali fotosintetici da motociclista.

La donna, seduta in modo sguaiato sulla vecchia sedia a dondolo, aveva i piedi all’aria, appoggiati alla balaustra della veranda del saloon. Dal vestito da ballerina emergevano in bella vista le sue gambe lunghe e proporzionate, rinchiuse in calze a rete sorrette da giarrettiere sensuali che si perdevano nella culotte nascosta dall’ampia gonna.

Due stivaletti da ballerina, allacciati stretti e ormai usurati, di un viola che faceva pendant con la fantasia dell’abito, stavano incrociati in aria, mentre la loro padrona, scacciati i pensieri cupi, era tornata nuovamente a leccare con avidità il candito appena acquistato.

La veranda del Bubble Soap, un vecchio e malandato saloon ormai in rovina, uno dei pochi ancora presenti nelle vicinanze della Barriera Armonica di Falstaff ma non direttamente sotto di essa, era deserta. Tavolini in legno e sedie male impagliate erano accatastati alla rinfusa, mentre, qua e là, sul legno scuro del pavimento ormai rovinato, cadevano gocce d’acqua che filtravano dal pergolato della tettoia.

Una goccia d’acqua, più fastidiosa di una sassata, bagnò il naso della ballerina, disturbando l’ozio interminabile di quel pomeriggio, interrotto unicamente dalla pioggia e dalla malinconica musica proveniente dall’interno, dove Burt Holloway, il vecchio barman, non aveva altro da fare che suonare la sua vecchia fisarmonica.

Così come il lecca-lecca che stava tirando gli ultimi, anche il feroce temporale intento a funestare la pianura era ormai agli sgoccioli.

Presto la stagione delle piogge sarebbe finita e l’estate torrida avrebbe fatto capolino su Gaerth in men che non si dica. Con essa, si sarebbe riaperta quella stagione che le gilde di avventurieri della Confederazione chiamavano di “caccia”

Come accadeva ogni anno in quel periodo, infatti, le fluttuazioni di Mana subivano un forte aumento, costringendo alla chiusura della West Door a Farewell City e, con essa, dell’unico passaggio per accedere alla Grande Frontiera. Gaerth veniva così divisa in due.

Da una parte l’Unione dei regni. Dall’altra la Confederazione, costituita da leghe di gilde di avventurieri che spaziavano dai cacciatori di mostri ai cacciatori di taglie, passando per praticanti illegali di magia, schiavisti e cowboy dalla pistola facile.

Impero contro indipendenza. Ordine contro caos.

La guerra, nell’aria ormai da tempo, era inevitabile, acuita dalle condizioni di vita estreme che gli abitanti della Grande Frontiera erano costretti a sopportare a causa dell’avvelenamento magico.

Per Maddie Mood quella sarebbe stata la quarantesima estate sorta su Gaerth.

Erano passati diciassette anni da quel giorno che non solo aveva cambiato la sua vita, ma anche il destino dell’intero continente di Gaerth.

Doveva trovare il modo di porre rimedio a quell’errore, una volta per tutte.

Era l’ultima cosa che le rimaneva da fare nella sua vita.

Ora la certezza era una sola: giorno dopo giorno i mostri aumentavano e la natura stessa pareva ribellarsi, sfogando la propria furia attraverso il Mana Selvaggio.

L’Unione era assediata e, con il trono vacante con le famiglie nobiliari in lotta per conquistarlo, l’unico regno costituito del continente rischiava di essere cancellato per sempre.

Le cose non potevano fare altro che peggiorare.

Nel frattempo, dalla pianura illuminata a tratti dai lampi che si rincorrevano senza sosta in cielo, lungo il sentiero in terra battuta inondato dall’acquazzone, due figure a cavallo si avvicinavano al Bubble Soap.

Quella che pareva una coppia di mandriani, ricoperti da capo a piedi da lunghi trench scamosciati, con i visi nascosti dall’alto bavero abbottonato e dagli stetson a tesa larga, cavalcava lenta in direzione del vecchio saloon, incurante della pioggia torrenziale con cui il cielo pareva benedirla.

I loro cavalli, nonostante i tuoni e i lampi, non parevano affatto intimoriti dal temporale feroce e continuavano mestamente a trottare sotto il peso dei padroni, che tenevano le redini fiaccamente, con le mani appoggiate al pomo della sella.

Maddie, ancora infastidita dalla goccia vigliacca che le aveva bagnato il naso disturbando la sua pennichella pomeridiana, girò lentamente lo sguardo verso i due, ormai arrivati a ridosso dell’edificio.

La donna guercia, con il suo unico occhio color ametista che pareva brillare nell’ombra, seguì passo dopo passo i movimenti dei due vaccari che ora, con gesti lenti, quasi meccanici, legavano le loro cavalcature allo steccato proprio accanto alla motocicletta di Maddie Mood.

Le bestie, dopo aver nitrito debolmente, buttarono la testa nella biada della greppia, mentre i loro padroni, bagnati fradici, si incamminavano verso la veranda in legno del saloon. L’ex ballerina di can-can non li perdeva di vista nemmeno per un istante.

Smilzi e allampanati, i due, con i loro stivali alti dagli speroni ossidati, non parevano per nulla preoccupati di essere zuppi d’acqua come pulcini, e i loro sguardi, adombrati dai cappellacci da cowboy, sembravano in febbrile ricerca di qualcosa.

O di qualcuno.

Maddie, vagamente infastidita, ruppe con i denti quel poco di lecca-lecca che le era rimasto e sputò con poca grazia lo stecchino.

Sul suo volto poco raccomandabile comparve un sorriso compiaciuto che virava sull’inquietante.

Se questi due sono dei mandriani, io sono la regina Hearts pensò con un eufemismo sinistro, preparandosi al peggio.

Perché ne era certa: le cose sarebbero andate peggio di sicuro.

A suggerirglielo era, prima di tutto, il suo pessimismo cronico.

Anche il suo istinto, però, non aveva mai fatto cilecca, in pace come in guerra.

In quaranta primavere viste sorgere su Gaerth, la donna aveva ammazzato così tanti farabutti da aver imparato a conoscere la Morte. Sapeva come si vestiva, dove e quando stava per apparire, sotto quali spoglie si nascondeva.

Una ballerina-killer sapeva di certo danzare con la Morte. E non si tirava mai indietro dal farlo.

I due cowboy non avevano né il fisico né la camminata dei vaccari che portavano a spasso le mandrie per la pianura. Come se non bastasse, avevano mani sottili, barba corta e capelli curati.

Anche i loro magnifici cavalli dovevano essere bestie della Gendarmeria o di qualche gilda: troppo alti, troppo muscolosi, e per nulla spaventati dal fragore assordante dei tuoni.

Cavalli abituati al rombo del cannone.

Alle deduzioni di Maddie si aggiungeva il fatto che i due non avevano né bisaccia né coperta per accamparsi di notte sui pascoli.

Mandriani senza nemmeno il lazo per il recupero del bestiame.

La donna sospirò pesantemente.

Quei due cowboy erano assassini. Forse bounty hunter.

Se le ultime informazioni ricevute dalla Grande Frontiera erano vere, qualcuno aveva messo una taglia sulla sua testa.

Buono a sapersi.

Il prossimo lecca-lecca poteva aspettare.

Maddie reclinò maliziosamente la testa all’indietro e, sorridendo ironica come un’oca giuliva, si rivolse ai due.

«Bella giornata per pascolare, eh?» disse con tono di presa in giro.

Le assi in legno della veranda scricchiolarono lugubri sotto il peso dei cowboy, mentre il tonfo degli stivali in ferro e cuoio rimbombava in modo sinistro.

Nessuno dei due mandriani rispose alla domanda.

«Beh, a me non sembra» concluse torva la ballerina, rispondendosi da sola senza far sparire il ghigno dalle labbra sottili, mentre la sedia su cui era comodamente stravaccata smise di dondolare.

La donna aveva già visto molte volte quella scena e, per questo, quasi senza pensarci, attivò il suo Jesper, pronta per ciò che stava per accadere.

Killer Queen...

L’istante successivo i due cowboy si voltarono di scatto e, dai lunghi pastrani fradici di pioggia, estrassero le armi, pronti a eliminare l’obiettivo della missione loro affidata.

Il primo dei due, quello più vicino a Maddie, imbracciò una pesante doppietta a canne mozze e fece immediatamente fuoco a bruciapelo verso la donna seduta sulla sedia a dondolo.

Il suo pard, quattro passi più indietro, estrasse dalle fondine due revolver peacemaker di color brunito, modificati per sparare proiettili camiciati di acciaio magico.

Il fragore della rosa di pallettoni riempì la veranda, lasciandosi alle spalle una nuvola di schegge di legno e lo schienale della sedia ormai vuota squarciato dalla potenza del colpo.

Anche le pistole del secondo cowboy cominciarono a riempire di piombo l’aria, lasciando dietro di sé scie verdastre di Mana, utilizzato per rendere i colpi ancora più letali.

Tuttavia, colpire Maddie Mood non era cosa semplice.

Con un’agilità fuori dal comune, un istante prima che il colpo della doppietta la centrasse in pieno, la ballerina afferrò con le mani lo schienale della sedia e, con una prodigiosa verticale all’indietro seguita da una capriola, si proiettò leggiadra a mezz’aria, con le gambe al vento e l’ampia gonna sfrangiata che fluttuava danzando.

Prima che una seconda rosa di pallettoni riempisse la veranda, con un leggero colpo di tacco la donna in volo si appoggiò come una farfalla al fucile dell’assassino, per poi spiccare un altro salto in direzione della balaustra di legno, mentre tutt’attorno i pesanti colpi di pistola le sibilavano vicino.

Il cowboy, ancora basito per l’incredibile acrobazia, fece per girare rapidamente il fucile in direzione della ballerina, ma d’improvviso l’arma, fattasi incredibilmente pesante, crollò a terra sfondando il pavimento in legno e trascinando con sé il bounty killer che ancora la brandiva.

L’altro mandriano, con sinistra cadenza, continuava a far cantare entrambi i revolver, riempiendo l’aria di Mana armonizzato.

“Brutto bastardo, te la stai cercando…” disse la donna tra i denti

Il tipo era un professionista, e con le armi ci sapeva fare.

Maddie, correndo come un gatto sulla ringhiera della balaustra, si appoggiò repentinamente sulle mani ed eseguì due ruote con il corpo intero, evitando i proiettili che finirono per colpire soltanto l’ampia gonna da ballerina.

Per un secondo brevissimo, le pistole fumanti si azzittirono, mentre il cowboy, come un fulmine, recitava un incantesimo di ricarica. L’istante successivo, un sigillo verde attraversato da glifi neri ruotò attorno a entrambi i revolver, riempiendo nuovamente i caricatori di proiettili magici.

La ballerina, appena terminata la seconda ruota, spiccò nuovamente un salto attraverso la veranda e andò ad aggrapparsi a uno dei tronchi verticali in legno scuro che sorreggevano la tettoia.

Ruotando attorno a esso, schivò un’altra serie di colpi, poi puntò entrambi i piedi e si tuffò in direzione del killer, proprio nell’istante in cui l’uomo ricaricava magicamente le rivoltelle.

Maddie, come un fulmine, atterrò innanzi al cowboy, a pochi centimetri dal suo viso.

In quell’istante terribile, lo sguardo gelido del sicario fu attraversato dallo stupore mentre incontrava quello, per certi versi diabolico, della ballerina, sul cui volto era stampato un sorriso inquietante.

«Odio essere disturbata mentre faccio la mia pennichella…» disse spettrale.

Poi, con un’evoluzione all’indietro, lasciò partire un calcio rovesciato poderoso all’altezza del petto del finto mandriano, proprio mentre quello faceva nuovamente scivolare le dita sui grilletti delle pistole.

La veranda venne improvvisamente attraversata da una folata di Mana, mentre l’aria attorno alla gamba di Maddie sembrava deformarsi dal calore, fino quasi a infiammarsi.

«Stage Crash!» esclamò con un pizzico di soddisfazione l’ex ballerina.

Il calcio spaventoso, appena toccato il petto del cowboy, esplose in una fiammata paurosa, rilasciando nell’aria il rumore delle ossa che si spezzavano.

L’assassino, colpito da una forza paragonabile a quella di una locomotiva lanciata a folle velocità, venne proiettato contro la parete del saloon, sfondandola in un fracasso assurdo di assi che si spezzavano e cocci che andavano in frantumi.

Con un secondo tonfo terribile, quello che restava dell’uomo sfondò anche la parete retrostante e finì la propria corsa a una decina di metri dal saloon, ridotto a una poltiglia fumante sotto la pioggia.

L’altro assassino, vista la sorte toccata al compagno, cercava disperatamente di sollevare il fucile con le mani insanguinate dalle assi spezzate. L’arma, però, si era fatta più pesante di un macigno.

La voce serena e sarcastica di Maddie Mood, seguita dal rumore di un cartoccio che si apriva, gli giunse alle spalle.

«È meglio se lasci perdere. Non ce la farai mai» disse la ballerina con strafottenza, dopo aver infilato in bocca un lecca-lecca nuovo di pacca appena scartato. «Grazie alla mia Killer Queen il tuo gingillo ora pesa più di tutto il saloon…»

Il cowboy, carponi, si girò di scatto, facendo cadere il largo cappellaccio e rivelando una smorfia di terrore sul volto.

Non possedendo un Jesper come Maddie, l’uomo poteva soltanto intravedere la figura traslucida, alta una volta e mezzo la ballerina, che aleggiava dietro di lei.

Il Jesper di Maddie Mood.

La Killer Queen.

Tuttavia, la paura insensata che ora attraversava lo sguardo del cowboy sembrava dettata da qualcos’altro.

La donna camminò lentamente verso il sicario che, a terra, arretrava tentoni spinto da un inspiegabile terrore. Mise le mani dietro la testa e, con un mezzo sorriso, guardò in aria come se stesse cercando le parole adatte per tranquillizzare l’assassino tremante.

«Forza, sputa il rospo…» gli intimò la ballerina guercia. «Dimmi chi ti manda e ti prometto di non ammazzarti come ho fatto con il tuo compare là dietro. In alternativa ti spedisco a calci sottoterra.»

D’improvviso, un urlo terribile tranciò di netto le minacce di Maddie.

Il cowboy si portò le mani al collo e cominciò a dimenarsi come un pazzo.

«No, ti prego! No, no… Nooo!» urlò con quanto fiato aveva in gola, mentre all’interno del pomo d’Adamo pareva agitarsi qualcosa.

L’istante successivo, un ultimo grido disperato dell’uomo, con gli occhi inondati di lacrime, fu seguito da un orribile gorgoglio e da un fiotto di sangue.

Dalla bocca del malcapitato emerse sibilando un verme orrendo, di un nero lucido e malsano, imbrattato di sangue e cervella.

Maddie, inorridita dal truculento spettacolo a cui aveva assistito già altre volte, estrasse dalla giarrettiera una piccola pistola laccata in oro e, senza pietà, aprì il fuoco, facendo esplodere l’orrenda creatura che tentava di uscire dal corpo del suo precedente ospite.

La donna, implacabile, puntò poi l’arma verso il cowboy riverso a terra, che aveva ormai smesso di dimenarsi.

Tirato indietro il cane della pistola, la ballerina esitò per un istante, poi rinfilò l’arma nella giarrettiera della gamba sinistra, facendosi cupa in volto.

Il misterioso sicario era già ampiamente morto.

Usare i Vermi Neri come armonizzatori era una pratica criminale disgustosa.

Quell’orribile parassita, originario del deserto delle Dragon’s Sands, in piena Grande Frontiera, veniva impiantato per permettere al possessore di usare il Mana, e quindi la magia, senza dover ricorrere ai Body Harmonixer.

Tale pratica era fuorilegge da tempo nell’Unione, e solo alcune Gilde Oscure della Grande Frontiera che non si riconoscevano nella Confederazione usavano ancora i Vermi per creare agenti spietati e, soprattutto, fedeli. Il parassita impiantato, grazie a un condizionamento mentale, distruggeva infatti parte del cervello del proprietario se questo pensava, o stava per pensare, di tradire la gilda oscura a cui era affiliato.

Era una pratica barbara e, nonostante i viscidi trafficanti di tali esseri venissero spesso mandati alla forca, molte organizzazioni continuavano a usarli, sperando di contribuire alla destabilizzazione dell’Unione.

La donna fece due passi verso il cadavere ancora caldo, quasi a togliersi il dubbio che già era diventato certezza. Poi si chinò e, stando ben attenta a non sporcarsi di sangue e frattaglie di Verme, abbassò il foulard che il cowboy portava al collo.

Un tatuaggio appena sotto l’orecchio destro confermò il fosco presagio che l’aveva torturata negli ultimi giorni.

Un teschio stilizzato con in bocca un grappolo d’uva sembrava ghignare maligno.

I due sicari appena schizzati all’inferno erano agenti della Wine&Bone, la Gilda Oscura più temuta di tutta la Grande Frontiera.

Proprio mentre Burt, bianco in viso come un cencio, usciva dal saloon per capire cosa fosse accaduto, l’ex ballerina rinfilò velocemente gli occhiali e, scavalcando lo steccato, balzò direttamente sulla sua motocicletta a vapore, le cui cromature riflettevano il grigio delle nuvole in cielo, mentre la pioggia calava inesorabilmente d’intensità.

Con una pedalata rabbiosa sulla leva d’accensione, il motore si accese rombando, mentre dalle lunghe marmitte nuvole di vapore bianco riempivano l’aria.

Maddie, furente, senza pensarci due volte, aprì di colpo tutto l’acceleratore e, dopo una lunga derapata controllata, lanciò la moto a folle velocità sul sentiero che portava a Falstaff, con il motore che cantava a squarciagola.

Dannazione… non così presto…

Le cose avevano cominciato a correre prima del previsto.

E la Wine&Bone aveva dato il via alla partita.

Non c’era un minuto da perdere. Il disperato piano per salvare il futuro di Gaerth aveva inizio.