Capitolo 07

Dietro le sbarre

Pubblicato il 12 settembre 2026 · 20 minuti di lettura

Cecily Campbell ferita dietro le sbarre di una cella della Gendarmeria, sorvegliata da un gendarme

Per un tempo che Cecily non avrebbe saputo misurare, il mondo fu soltanto buio.

Non un buio quieto, però. Non il sonno pieno e nero in cui ci si lascia cadere quando il corpo decide di reclamare il proprio tributo. Era un buio rotto da lampi, voci, stivali, ferraglia e dolore.

Qualcuno gridava ordini.

Qualcun altro diceva il suo nome.

Campbell.

Cecily Campbell.

Poi vennero il marmo freddo sotto la guancia, l’odore acre del Mana bruciato, il sangue rappreso sulle labbra, il colpo secco di una manetta che si chiudeva attorno a un polso. Per un istante le parve di sentire ancora il grammofono dell’ambasciata della Lonely Star graffiare il silenzio, come se la puntina fosse rimasta impigliata nell’ultima nota di quella maledetta musica.

«Quattro cadetti morti!» urlò una voce lontana.

«Per la Dea Velata…» mormorò qualcun altro.

Cecily cercò di aprire gli occhi, ma le palpebre pesavano come se qualcuno vi avesse appeso due secchi pieni di piombo. Vide soltanto frammenti: una baionetta che rifletteva la luce delle lampade a gas, un guanto bianco sporco di sangue, la sagoma blu di un’uniforme, Cherry e Strawberry spinte lontano con la punta di uno stivale.

Le sue pistole. Non dovevano toccarle.

Tentò di muovere una mano. Qualcuno le schiacciò il polso contro il pavimento.

«Ferma dove sei.»

Cecily avrebbe voluto rispondere qualcosa di brillante, possibilmente offensivo e abbastanza volgare da lasciare un bel ricordo di sé. Dalla bocca le uscì soltanto un gemito.

«Von… Buren…» riuscì a sussurrare.

«Che cosa ha detto?»

«Non… sono…»

Il resto si perse in gola.

Una voce più dura, forse quella del sergente che comandava il reparto, ordinò qualcosa. Cecily sentì le mani tirate dietro la schiena, le manette stringere, il Mana Curve vibrare contro la pelle e morderle i polsi con una freddezza diversa da quella del ghiaccio. Una piccola prigione portatile costruita per ricordare al corpo che ogni tentativo di chiamare il proprio Jesper avrebbe avuto un prezzo.

Poi qualcuno le strappò il fazzoletto rosso dal volto.

«Cecily Campbell» disse la voce dura, e nel modo in cui pronunciò quel nome c’era già un rapporto da compilare. «La pistolera dei Seven Points.»

Un brusio attraversò il salone.

Ex Gendarmeria.

Espulsa.

Rissosa.

Sbandata.

Guai ambulanti con le trecce rosse.

La scena aveva già cominciato a raccontare una storia al posto suo: quattro cadetti morti nel corridoio, sicari congelati nel salone, un’ambasciata devastata, un agente della Lonely Star scomparso e Cecily Campbell trovata a terra con le pistole ancora calde.

Non era la verità ma era sufficiente da sembrare tale.

«Ammanettatela e portatela alla Torre della Giustizia.»

«Signore, è ferita.»

«Ho detto portatela via.»

Cecily cercò ancora di sollevare la testa.

Il mondo le girò attorno con la grazia di una mandria ubriaca.

Le ultime cose che ricordò furono il pavimento che si allontanava, due mani sotto le ascelle, il sangue che le colava dal naso e un pensiero assurdo, piccolo, testardo.

Carson, dove accidenti sei finito?

Poi il buio tornò a chiudersi.

E, dentro quel buio, arrivarono le stelle.

Non erano le stelle che Cecily conosceva. Non erano i sette punti colorati della Crazy Rainbow Star appesi sopra Falstaff quando le luci dei Quartieri Nobili avevano la cortesia di non divorarli. Erano schegge, immagini spezzate, cose senza nome che passavano nella sua mente come carte gettate sul tavolo da una mano invisibile.

Sette luci sopra un cielo nero.

Una scacchiera crepata, con pezzi dispersi nella polvere della Grande Frontiera.

Anelli che bruciavano su mani sconosciute.

Cavalli lanciati su un arcobaleno impossibile, cavalcati da figure che il mondo sembrava aver dimenticato.

Una città sospesa così in alto da sembrare una stella.

Una porta che si chiudeva.

Una donna dai capelli bianchi e un occhio solo che sorrideva come chi avesse già perso tutto e fosse tornata indietro con la speranza di poter cambiare tutto.

Poi una stella senza luce, vuota e terribile.

Una cosa nel cielo che non brillava, ma assorbiva ciò che gli altri colori avevano il coraggio di essere.

Estrella Oscura.

Il nome passò nella mente di Cecily come un sussurro caduto da un futuro che non le apparteneva ancora.

La cowgirl non capì nulla.

Forse, se fosse stata meno stordita, meno ferita e meno Cecily Campbell, avrebbe avuto paura.

Invece vide soltanto le sette stelle colorate accendersi per un istante, tanto vive da far male agli occhi.

Poi il Nulla la inghiottì di nuovo.

Questa volta il Nulla era caldo e accogliente. Il dolore, lì dentro, sembrava essersi dimenticato di lei. Non c’erano caricatori vuoti, ossa indolenzite, labbra spaccate, né stupidi maghi mascherati capaci di trasformare un salone in un’orchestra della malora.

Proprio per questo, come tutte le cose piacevoli, finì bruscamente.

Un filo di luce dispettoso le batté sul viso.

Cecily sbatté le palpebre una volta.

Poi una seconda.

Alla terza, decise che il mondo aveva avuto la pessima educazione di esistere ancora.

«Oh cielo…» biascicò. «La mia testa…»

Nonostante le visioni fossero svanite, continuava a vedere le stelle. Di altro genere, però. Quelle che ti esplodono dietro gli occhi quando qualcuno decide di suonarti il cranio come un tamburo da parata.

Per qualche secondo rimase immobile, seduta contro una parete umida, cercando di ricordare se fosse morta, sopravvissuta o finita in una terza possibilità ancora più seccante. Il freddo pungente che le attraversava gli abiti fradici e le faceva tremare le ginocchia rispose al posto suo.

Niente Paradiso.

Niente Inferno.

Solo la classica, immancabile montagna di guai in cui Cecily Campbell riusciva sempre a cacciarsi con un talento che avrebbe meritato una medaglia, se la Gendarmeria avesse mai premiato le arti davvero difficili.

La cowgirl si portò le mani al volto.

O almeno ci provò.

Le manette di Mana Curve tintinnarono con un suono secco e la costrinsero a fermarsi a metà gesto. Cecily abbassò lo sguardo. I polsi erano stretti da due bracciali metallici incisi di piccole rune geometriche. Una catenella corta li univa tra loro, abbastanza lunga da permetterle di mangiare, insultare qualcuno o grattarsi il naso, ma non abbastanza da farle venire idee eroiche.

Le rune pulsavano piano, azzurre e antipatiche.

«Fantastico» borbottò. «Braccialetti nuovi. Proprio quello che mi serviva.»

Si toccò i capelli. Le trecce si erano quasi del tutto sciolte. Lunghi ciuffi rossi, impastati di sangue secco, polvere e umidità, le ricadevano sulla fronte e sulle spalle.

Odiava i capelli sciolti.

Quasi quanto odiava finire in gattabuia.

Specialmente quando era innocente.

La cella era piccola, di pietra scura, illuminata soltanto da una feritoia stretta che dava su una luce mattutina troppo allegra per la situazione. L’umidità colava dalle pareti in sottili strisce lucide. Nell’angolo opposto alle sbarre c’erano un tavolaccio tarlato, due sedie impagliate male, una candela spenta e una ciotola di legno così sporca da sembrare lì per scoraggiare la fame più che per nutrirla.

L’odore di muffa, paglia marcia e aria chiusa era quasi soffocante.

Come al solito, l’ospitalità del governo dell’Unione era impeccabile.

Cecily inspirò piano e se ne pentì subito.

Le costole protestarono, la schiena le mandò una stilettata e la testa riprese a battere il ritmo delle Torri Cardinali. Tutte e quattro, naturalmente. A mezzogiorno del giorno di Natale.

Quel nanerottolo mascherato della Lonely Star l’aveva conciata per le feste.

Von Buren.

Il nome le morse il cervello.

Cecily chiuse gli occhi. Le tornò addosso il salone congelato, la scalinata, il grammofono, le quattro stagioni di Magical Vivaldi, la dama d’inverno, la bambina di primavera, la ballerina d’autunno, la signorina d’estate col sorriso da diavolo. Poi la frase, appena prima del colpo di grazia.

Addio, agente di Wine&Bone.

«Agente di Wine&Bone un accidente» ringhiò a denti stretti.

Provò ad alzarsi.

Le gambe avevano idee diverse.

Per un istante il pavimento salì verso di lei con entusiasmo, ma Cecily riuscì ad afferrare il muro e a restare in piedi. Il tintinnio delle manette accompagnò il suo movimento come una risata sottile. Fece qualche passo incerto verso la feritoia, più per orgoglio che per reale necessità, e appoggiò le dita fredde all’inferriata arrugginita.

L’aria del mattino le colpì il viso.

Per un attimo fu quasi piacevole.

Poi vide dove si trovava.

Sotto di lei Falstaff si stendeva in tutta la sua gloria ingiusta: tetti, comignoli, torri, cupole, fumo, strade, rotaie e lampioni a Mana che si spegnevano uno dopo l’altro nella luce dell’alba. Più in basso, lontani e piccoli come giocattoli dimenticati, c’erano i Quartieri Popolari. I Seven Points non si distinguevano da quella distanza, ma Cecily sapeva dove cercarli. Sapeva sempre dov’erano.

Oltre la Barriera Armonica, le Pacific Plains si aprivano in una distesa d’erba e polvere, libere e irraggiungibili.

Non lontano, troneggiante contro il cielo blu della mattina, si alzava la Torre della Giustizia.

Cecily sentì lo stomaco stringersi.

Non era in una cella qualunque. Non in uno dei distretti minori della Gendarmeria, sorvegliati da qualche sceriffo panciuto, stanco e già ubriaco di cachaça prima di pranzo.

Era nelle prigioni alte del Quartier Generale della Gendarmeria, sotto la Torre della Giustizia.

Lì non portavano chi aveva rubato una gallina, barato a carte o spaccato una bottiglia sulla testa di un minatore troppo chiacchierone.

Lì portavano chi serviva come esempio.

«Un accidente ti colga, Von Buren…» mormorò.

La mascella le tremò, e non soltanto per il freddo.

Le avevano tolto tutto. Cherry. Strawberry. Lo spolverino. La bisaccia. I dollari. Il tabacco di Carson, probabilmente, e quella perdita avrebbe avuto conseguenze diplomatiche peggiori dell’incidente con la Lonely Star. Persino il vecchio orologio a cipolla di Hannibal era sparito.

Solo lo Stetson era rimasto assente nel modo peggiore: non sulla sua testa.

Si sentì nuda.

Non come una donna senza vestiti, ma come una pistolera senza nome.

Il cappello, le pistole, il cappotto, l’orologio: erano gingilli, certo. O almeno così avrebbe detto a chiunque avesse osato chiederlo. Ma in quel momento Cecily capì quanto una persona potesse essere smontata pezzo per pezzo senza che nessuno le torcesse davvero un capello.

Bastava toglierle gli oggetti con cui aveva imparato a stare in piedi.

Il rumore di passi nel corridoio la strappò ai pensieri.

Erano passi militari. O, per essere precisi, passi di qualcuno che avrebbe voluto sembrassero militari anche quando inciampavano leggermente nella propria importanza.

Cecily conosceva quella camminata, fin troppo bene.

«Cecily Campbell, sull’attenti!» tuonò una voce oltre le sbarre.

La cowgirl chiuse gli occhi un istante.

Poi sorrise.

Un sorriso sghembo, dolorante, pieno di pessime intenzioni e nostalgia peggio nascosta.

«Ciao, zio Franky» disse, voltandosi verso la porta della cella. «Come mai questa visita di cortesia?»

Dall’altra parte delle pesanti sbarre stava il Sergente Maggiore Francisco Ramones Y Delafuente, suo ex istruttore quando lei era ancora allieva ufficiale all’Accademia della Gendarmeria.

Portava la divisa con una cura quasi commovente. Il tricorno ornato di piume era inclinato con precisione marziale, gli stivali lucidati, i baffi sottili pettinati come due piccole sciabole nere. Il volto olivastro e spigoloso cercava con ogni mezzo di sembrare severo, ma gli occhi color nocciola tradivano una stanchezza che la notte non aveva lavato via.

«Per te sono il Sergente Maggiore Delafuente, razza di canaglia!» rimbrottò l’uomo. «E non sono qui per alcuna cortesia, signorina Campbell! Mi rammarico soltanto di non essere stato io stesso a schiaffarti al fresco!»

Cecily inclinò il capo.

«Già. Immagino che ti avrebbe dato molta soddisfazione.»

«Enorme.»

«Una delle grandi gioie della vecchiaia.»

«Ho quarantasette anni.»

«Appunto. Vecchio.»

Per un istante qualcosa di simile a un sorriso cercò di farsi strada sotto i baffi di Delafuente. Il sergente lo ricacciò indietro con tutta la disciplina che gli restava.

Zio Franky non cambiava mai.

Era un brav’uomo, perfino troppo, rinchiuso nella boria della propria uniforme come un santo dentro una scatola di latta. Non era abbastanza intelligente da capire sempre quando la legge stava marcendo. Ma era abbastanza buono da soffrire quando doveva servirla lo stesso.

Delafuente si schiarì la voce.

«Ehm-ehm. Signorina Cecily Campbell, residente nel Quartiere Popolare Numero Sette di Falstaff e domiciliata presso il signor Hannibal Isaia Nelson, sono qui per formalizzare il suo fermo e comunicarle i capi d’accusa a suo carico.»

«E allora cos’è quella roba che hai in mano?» chiese Cecily.

Il sergente si irrigidì.

Nella mano sinistra teneva una zuppiera coperta da un coperchio ammaccato. Da sotto il metallo saliva un filo di vapore pallido.

«Questa» disse con dignità ferita, «è irrilevante.»

«Sembra brodaglia.»

«È il rancio.»

«Quindi brodaglia.»

«È il rancio dei detenuti sottoposti a custodia speciale.»

«Brodaglia importante.»

Delafuente arrossì appena.

«Prendi, forza.»

Aprì lo spioncino inferiore della cella e spinse dentro con cura la ciotola fumante. L’odore non era dei migliori, ma aveva almeno il pregio di combattere quello della muffa. Dentro galleggiavano pezzi di verdura pallida, qualche grumo non identificato e forse un ricordo lontano di carne.

Cecily lo fissò con sospetto.

«Non ho fame. Il governo se la può anche tenere, la sua brodaglia patriottica. Dimmi solo di cosa mi accusano.»

Il sergente abbassò lo sguardo.

La sceneggiata era finita.

Cecily lo conosceva. Quella storia della formalizzazione del fermo, del rancio, del tono marziale, erano solo giri larghi attorno al vero motivo per cui Franky si trovava lì.

Era venuto a guardarla in faccia.

E a chiedersi dove avesse sbagliato.

Il silenzio si allungò tra loro, appeso alle sbarre come un panno bagnato.

«Cecily» disse infine Delafuente, e stavolta non usò il tono da caserma. «Perché?»

La rossa sentì qualcosa accendersi nel petto.

Non dolore ma risentimento.

«Perché cosa?»

«Non riesco a spiegarmelo.» Il sergente si aggrappò alla zuppiera vuota come se fosse ancora piena di argomenti. «Tu e Lyon eravate il mio orgoglio. I migliori allievi ufficiali che un istruttore potesse desiderare. Due marmocchi dei Seven Points capaci di tenere testa ai figli dei nobili, ai raccomandati, a quelli che entravano in Accademia convinti che la divisa fosse un diritto di famiglia. Voi due avevate fame. Avevate talento. Avevate…»

«Piantala, Franky.»

«No, Cecily.»

La parola uscì più dura di quanto Cecily si aspettasse.

Delafuente sollevò lo sguardo. Gli occhi erano lucidi, ma la voce no.

«No, per una volta mi ascolti. Perché io c’ero, Cecily. C’ero quando Hannibal ti accompagnò al cancello dell’Accademia con quel cappello troppo grande e lo sguardo di uno che stava affidando alla Gendarmeria più di una ragazza. C’ero quando tu e Reginald Lyon correvate nel cortile fino a sputare sangue pur di dimostrare che un cognome dei Seven Points poteva valere quanto quello di un Barone. C’ero quando dicevi che saresti diventata la pistolera più forte della Grande Frontiera per difendere chi non aveva niente.»

Cecily strinse le dita attorno alle sbarre.

Il Mana Curve delle manette vibrò, pungendole i polsi.

«Non usare Hannibal contro di me.»

«Allora dimmi che cosa dovrei usare!» sbottò il sergente. «La scena dell’ambasciata? I cadetti morti? Il rapporto della Lonely Star? Il fatto che ti abbiamo trovata con le pistole in mano in un salone devastato? Dimmi tu cosa devo guardare, Cecily, perché quello che ho davanti mi fa schifo e non riesco a farlo combaciare con la ragazza che ho addestrato.»

«Forse perché quello che hai davanti è una menzogna.»

«Allora spiegamela.»

Per un istante Cecily aprì la bocca.

Il Cristallo rubato. Von Buren. Il salone ghiacciato. I sicari già morti. Il Magical Vivaldi. La frase su Wine&Bone. Carson che aveva fermato il grammofono. La fuga della maschera nera. Tutto era lì, confuso ma vero, pronto a uscire.

Poi vide l’espressione di Franky.

Non era incredulità piena ma solo paura di crederle.

Quello fece più male.

«Non sono un’assassina» disse soltanto.

«Lo spero… son tutto me stesso.»

Cecily rise. Una risata breve, amara, quasi senza fiato.

«Grazie tante. Davvero. Mi scalda il cuore sapere che la Gendarmeria concede ancora il beneficio del dubbio prima di mettere il cappio al colo di una ragazza.»

«Non fare così.»

«Così come?»

«Come se tutti fossimo tuoi nemici.»

Gli occhi di Cecily divennero duri.

«La Gendarmeria mi ha voltato le spalle molto prima di questa cella. A me, ai Seven Points, a chiunque non avesse abbastanza soldi per farsi chiamare innocente. Voi arrivate sempre tardi, Franky. Sempre. Tardi per fermare i Demoni. Tardi per proteggere i poveri. Tardi per capire chi ha ucciso davvero. Però, quando c’è da trovare qualcuno da sbattere dietro le sbarre, allora diventate puntualissimi.»

Delafuente deglutì.

Per una volta non trovò subito una formula militare dietro cui nascondersi.

Nel corridoio, da qualche parte lontano, una porta si chiuse con un tonfo.

Il suono ricordò a entrambi l’Accademia.

I lunghi corridoi lucidati ogni mattina. Il cortile degli addestramenti. Franky che urlava fino a diventare paonazzo. Reginald Lyon che correva accanto a Cecily sotto la pioggia, i capelli appiccicati alla fronte, il sorriso di chi credeva davvero che la legge potesse essere una strada per uscire dalla miseria.

Sembrava passato un secolo ma quei ricordi risalivano solo a tre anni prima.

Il sergente abbassò il tricorno sulla fronte, quasi a nascondere gli occhi.

Quando parlò di nuovo, la voce era formale.

«Cecily Campbell, siete accusata di omicidio plurimo volontario di quattro militari della Gendarmeria in servizio presso l’ambasciata della Lonely Star, tentato omicidio di un alto numerario della medesima gilda, irruzione armata ai danni di edificio diplomatico della Confederazione, devastazione aggravata, uso illecito di Jesper in zona protetta e resistenza all’arresto.»

Cecily non distolse lo sguardo.

Ogni capo d’accusa cadeva tra loro come una pala di terra sopra una bara.

«Domani mattina verrete processata per direttissima dal Tribunale interno della Torre della Giustizia» continuò Delafuente. «Vista la gravità dei fatti e la pressione diplomatica della Lonely Star, il magistrato ha già formalizzato la richiesta di pena in caso di colpevolezza.»

Si fermò.

La mascella gli tremò appena.

Cecily appoggiò la fronte alle sbarre.

Il ferro era freddo.

«Forza» disse. «Continua. Ho le spalle larghe.»

Delafuente chiuse gli occhi.

«Non abbastanza per questo.»

La cella sembrò diventare più piccola.

«Pena capitale mediante impiccagione.»

Cecily rimase immobile.

Per qualche secondo la ragazza non provò nulla.

Né rabbia, né paura, né sorpresa. Solo una specie di vuoto compatto, come se qualcuno avesse tolto l’aria dalla stanza e dimenticato di rimetterla.

Poi pensò ad Hannibal.

Al vecchio dietro il bancone dello Shooting Star, con la mano sul petto, pallido, mentre lei prometteva che avrebbe sistemato tutto.

Pensò ai Seven Points ancora senza Cristallo e a Von Buren in fuga.

Pensò a Carson, chissà dove, forse libero, forse preso, forse già intento a vendere la sua memoria in cambio di sardine.

Pensò a Reginald Lyon, e quel pensiero la ferì più di quanto avrebbe voluto.

«Basta così» disse.

«Cecily…»

«Ho detto basta.»

Delafuente fece un passo più vicino alle sbarre.

«C’è forse una maniera per guadagnare tempo.»

La cowgirl sollevò gli occhi.

«Sentiamo questa meraviglia.»

«Chiedi la grazia preventiva al magistrato. Ammetti l’irruzione, dichiara di aver agito in stato confusionale dopo l’attacco ai Seven Points, collabora con l’inchiesta. Potrebbero commutare la pena capitale in ergastolo. Poi, con il tempo, potresti dimostrare la tua innocenza.»

Cecily lo fissò.

Per un istante pensò di non aver capito.

Poi capì benissimo.

«Vuoi che mi dichiari colpevole abbastanza da non morire subito.»

«Voglio che tu resti viva!»

L’urlo di Delafuente riempì il corridoio.

Subito dopo parve vergognarsene. Abbassò la voce.

«Per la Dea Velata, Cecily… chiedere la grazia non significa arrendersi.»

«No. Significa regalare loro una versione comoda.»

«Una versione che ti lascia respirare.»

«In una cella. Per il resto della vita.»

«Una vita in cella è meglio di una corda stretta al collo.»

Cecily sorrise.

Era un sorriso piccolo, tremendo.

«Detto da uno che ha passato la vita a insegnarmi a non arretrare, suona quasi divertente.»

Il sergente non rispose.

Lei batté i pugni contro le sbarre. Le manette mandarono una scossa di Mana Curve lungo le braccia, ma Cecily non arretrò.

«Non chiederò perdono per un delitto che non ho commesso. Non darò alla Gendarmeria, alla Lonely Star o a qualche magistrato con le mani pulite e il cuore marcio il piacere di sentirmi dire che forse meritavo tutto questo.»

«E Hannibal?»

Il nome arrivò come uno schiaffo.

Cecily sbiancò.

Delafuente se ne accorse e parve pentirsene subito, ma ormai la frase era uscita.

«Che cosa credi che gli farà meno male?» chiese piano. «Saperti viva, anche dietro le sbarre, o vederti appesa domani nel cortile della Torre?»

«Vattene.»

«Cecily…»

«Ho detto vattene!»

La voce le si spezzò sull’ultima parola.

Il sergente rimase fermo ancora un istante. Dietro la divisa, dietro il grado, dietro tutta la boria marziale con cui aveva cercato per anni di tenere insieme ragazzi troppo poveri e sogni troppo grandi, c’era soltanto un uomo che non sapeva come salvare una figlia non sua.

Alla fine abbassò il capo.

«Il rancio si fredda» disse, perché era l’unica frase innocua che gli restava.

Poi si voltò e si allontanò lungo il corridoio.

Il suo passo caracollante, così ridicolo e familiare, si perse poco a poco nella penombra.

Cecily rimase aggrappata alle sbarre.

Le dita le facevano male. I polsi bruciavano sotto le manette. La fronte premeva contro il ferro freddo.

Dannazione.

Questa volta Franky aveva detto la verità.

Chi veniva processato per direttissima nella Torre della Giustizia difficilmente ne usciva sulle proprie gambe, soprattutto quando di mezzo c’era una delle Gilde maggiori. La Lonely Star avrebbe preteso una risposta. La Gendarmeria avrebbe preteso ordine. Il governo dell’Unione avrebbe preteso che l’incidente non diventasse una crisi diplomatica con la Confederazione.

E se bastava impiccare una pezzente dei Seven Points per convincere tutti che giustizia era stata fatta, nessuno avrebbe perso il sonno.

Colpevole o innocente non era più la domanda.

La domanda era quanto costasse una versione dei fatti abbastanza utile.

Cecily si morse il labbro inferiore.

Una prima lacrima le scivolò tra le lentiggini, lenta e calda, fino a raggiungerle la bocca. Aveva sapore di sale, sangue e rabbia.

«Diventerò la pistolera più forte di tutta la Grande Frontiera…» sussurrò.

La frase, che da bambina le era sembrata grande abbastanza da contenere il cielo, adesso suonava piccola, ridicola. Una di quelle promesse che i bambini fanno perché nessuno ha ancora avuto il cattivo gusto di spiegare loro quanto il mondo sia bravo a spezzare le cose.

«Che stupida.»

La presa sulle sbarre cedette.

Cecily scivolò lentamente in ginocchio.

Cercò di trattenersi, naturalmente. Provò a stringere i denti, a respirare, a pensare a qualcosa di volgare, a immaginare la faccia di Von Buren quando gli avrebbe piantato uno stivale nello stomaco. Provò persino a odiare Franky abbastanza da non piangere.

Non funzionò.

Le lacrime arrivarono grosse, disordinate, furiose. Le bagnarono le mani, caddero sul pavimento di pietra, si mescolarono all’umidità della cella come se anche quella prigione avesse deciso di non fare differenza tra pianto e muffa.

Cecily Campbell, la pistolera dei Seven Points, la ragazza che aveva decapitato un Demone con due colpi impossibili, la testarda che aveva preso a calci la porta dell’ambasciata della Lonely Star, si ritrovò a singhiozzare dietro le sbarre come una bambina a cui qualcuno avesse appena spiegato che i desideri non avevano valore legale.

Non piangeva perché aveva paura della morte.

O almeno non soltanto.

Piangeva perché, per un istante, il mondo le aveva fatto credere che tutti i suoi sogni fossero sempre stati una bugia raccontata troppo forte.

Se Carson fosse qui e mi vedesse piangere, passerebbe il prossimo mese a prendermi in giro.

Il pensiero la attraversò all’improvviso.

Assurdo. Stupido. Familiare.

E proprio per questo le fece ancora più male.

D’improvviso, alle sue spalle, il silenzio della cella si piegò.

Non si aprì una porta normale. Non cigolarono cardini, non scattò una serratura, non risuonò il passo di una guardia.

Ci fu invece quel rumore sottile e impossibile che Cecily conosceva fin troppo bene: come grafite che graffia l’aria, come una linea tracciata sopra il mondo da qualcuno abbastanza maleducato da non chiedergli il permesso.

Una folata di quella strana magia di Carson attraversò la cella, portando con sé odore di tabacco, polvere e pessime decisioni.

Cecily si voltò lentamente.

Una porticina tremolante, disegnata nel vuoto, si richiuse alle spalle di un grosso gatto nero dagli occhi gialli. Il ciuffo ribelle era più spettinato del solito. Una sciarpa improvvisata con un brandello di velluto gli pendeva ancora attorno al collo con la dignità di un reduce di guerra. Tra i baffi teneva un mozzicone di sigaro spento, probabilmente rubato a qualcuno di molto meno fortunato.

Carson la guardò.

Poi guardò le sbarre e la ciotola di brodaglia.

Infine tornò a guardare lei.

«Ehilà, testona!» disse con la sua voce nasale. «È già pronta la colazione?»