Capitolo 08

Accordi e disaccordi

Pubblicato il 20 settembre 2026 · 17 minuti di lettura

Cecily Campbell e Carson nella cella della Gendarmeria, mentre Maddie Mood si avvicina lungo il corridoio illuminato dalle lanterne

«Carson!» strepitò Cecily, con gli occhi ancora umidi e le guance segnate dalle lacrime. «Vecchio mio!»

Davanti a lei stava davvero il suo inseparabile pard felino che, appena richiuso alle proprie spalle il passaggio impossibile di Sliding Doors e fatto svanire in un turbinio di scintille il sottile lapis di Mana con cui l’aveva tracciato, si era immediatamente composto in una posa studiata per ricordare quella di un pistolero duro e navigato.

Un’immancabile sigaretta, spiegazzata appositamente per fare scena, gli pendeva da un angolo della bocca e riempiva l’aria stantia della cella con un gradevole odore di tabacco aromatizzato. Non roba da quattro soldi, a giudicare dal profumo, bensì uno di quei blend di buona qualità provenienti dalle comunità agricole che ancora sopravvivevano qua e là nella Grande Frontiera.

Nella felicità che aveva riempito il cuore di Cecily nel rivedere il suo vecchio compagno riuscì così a insinuarsi quasi immediatamente il primo di una lunga serie di dubbi.

Il ciuffo nero di Carson, perfettamente pettinato e tenuto in piega da una quantità sospetta di brillantina, dondolava infatti sopra i grandi occhi gialli del gatto.

Quell’imbecille si era preparato.

E anche con cura.

Carson aspirò una lunga boccata dalla sigaretta, reclinò leggermente il capo e, con quella che almeno nelle sue intenzioni doveva essere un’inflessione irresistibilmente affascinante, esordì:

«Ciao, bambola... sono qui per asciugare le tue lacrime.»

Cecily lo fissò per qualche secondo.

Poi, contro ogni previsione del felino, sorrise.

Si passò il dorso di una mano sotto gli occhi per asciugare le ultime lacrime che ancora le scivolavano tra le lentiggini color caffellatte, quindi allargò entrambe le braccia verso di lui.

«Non sai quanto sono felice di vederti, brontolone!» disse, e nello sguardo le tornò per un istante qualcosa della bambina dei Seven Points. «Vieni qui.»

Carson rimase interdetto.

Possibile? Ma davvero?

Possibile che quella volta il suo fascino avesse finalmente funzionato?

Dopo quasi vent’anni di tentativi, Cecily Campbell era caduta?

Il gatto non volle rischiare di rovinare un momento tanto storico con una prudenza inutile. Aspirò un’ultima boccata di fumo, assunse un’aria fintamente distaccata e, dopo essersi fatto attendere il tempo necessario a trasformare un semplice abbraccio in un’impresa memorabile, spiccò un balzo verso la sua pard.

«Sìììììììì!» miagolò felice mentre volava. «Stringimi forte al tuo petto morbidooo... ugh!»

La sua parabola si concluse prima del previsto.

Cecily, infatti, aveva aspettato che fosse ormai troppo vicino per cambiare traiettoria; poi il sorriso tenero le era scomparso dal viso, sostituito da un ghigno sarcastico, e il braccio destro si era piegato giusto in tempo per rifilargli una gomitata in pieno petto.

Carson rovinò miseramente sul pavimento della cella.

Rimase immobile.

Sono morto... sono morto davvero... adesso si sentirà in colpa... sì, sì... adesso piange...

Il gatto si impegnò con tutte le proprie forze a non muovere nemmeno un muscolo, sperando di riuscire almeno a farla pentire dell’ennesimo smacco.

Cecily lo osservò dall’alto.

«Alzati, babbeo. Non sei morto.»

Nessuna risposta.

«Piantala di fare scena.»

Carson continuò a non muoversi.

«Allora sto morendo...» gemette infine, simulando una voce spezzata dal dolore e una serie di spasmi che ricordavano molto più un gattino alle prese con un gomitolo di lana che un essere vivente prossimo all’aldilà.

«Fa’ un po’ come ti pare. Però, se proprio devi morire, fallo in silenzio. Non vorrei che qualche guardia sentisse tutto questo trambusto.»

Mmm… Piano A: fallito.

Piano B: fallito miseramente.

Carson trascorse alcuni istanti alla disperata ricerca di un piano C, salvo dover ammettere che un piano C non esisteva.

Si rialzò di scatto con sorprendente vitalità.

«Ma sei deficiente?!» protestò, mettendosi in piedi sulle zampe posteriori. «Potevo rimanerci secco!»

Cecily sollevò un sopracciglio.

«Ma non stavi morendo tra atroci agonie?»

«Ci ho ripensato.»

«Ah, come non detto.»

«Non potevo morire con il peso di aver subito una simile onta. Un’ingiustizia vera e propria! Uno smacco imperdonabile per un galantuomo del mio rango!»

«Non cominciare con una delle tue solite sceneggiate del piffero. Te la sei meritata. Punto e basta.»

La rossa incrociò le braccia, soddisfatta di aver impartito ancora una volta una lezione a quel pervertito del suo pard.

«Non ci posso credere. Cose dell’altro mondo!» continuò Carson, deciso a non arrendersi tanto facilmente. «Uno si prende la briga di venire in tuo soccorso affrontando mille pericoli, superando ostacoli insormontabili, sconfiggendo orde su orde di nemici diabolici...»

«Orde su orde?»

«Orde.»

«Davvero?»

«Eserciti, se proprio vuoi saperlo.»

«Ma certo, come no.»

«Legioni! Centurie!»

«Già, già. Come no.»

«Be’, mettila come vuoi, saputella, ma ti sembra questo il trattamento che merito?»

«Certamente, razza di balordo, se serve a farti tenere giù quelle zampe.»

Questa volta Cecily sorrise con sincero divertimento.

Per quanto nel suo cuore continuassero a pesare le parole di Franky, il pensiero della Torre della Giustizia e quella corda che rischiava di aspettarla nel giro di un paio di giorni, era felice di avere di nuovo accanto il proprio vecchio compagno.

Litigare con Carson era uno dei cardini su cui si reggeva la loro amicizia.

Forse proprio per questo, in quel momento, le sembrò quasi confortante.

«Ohibò, cosa devono sentire le mie povere orecchie!» riprese il gatto, tornando a camminare a quattro zampe per la cella con passo felpato, mentre la sigaretta consumava gli ultimi millimetri di tabacco. «Io sono un gentleman. Un uomo d’altri tempi, un lord raffinato e...»

«Un gatto, vorrai dire.»

Carson si fermò.

«Sì, giusto, un gatto d’altri t...»

«Ma non eri un demone?»

«Mi lasci finire oppure no?»

«Continua pure, linguaccia. Non vorrei che ti mettessi a piangere.»

«Ah-ah, spiritosa. Se c’è una frignona tra noi due quella sei tu.»

Il sorriso di Cecily si contrasse appena.

Carson indicò con un’unghia le tracce rimaste sulle sue guance.

«Toh. Quelle sono lacrime oppure ti è finito un bruscolino nell’occhio?»

La cowgirl gli rivolse un’occhiata che bastò a suggerirgli di non insistere.

«Dicevo...» riprese allora il felino con un piccolo colpo di tosse, «malpensante che non sei altro, che io sono un lord dal fare raffinato e non era minimamente mia intenzione appoggiare la testa sulle tue... morbide curve.»

«Ma davvero?»

Sul muso del gatto riaffiorò la consueta espressione da finto innocente.

«Verissimo, signorina. Sono venuto qui per un solo motivo: salvarti. Quindi poche storie.»

Detto questo, e senza lasciare a Cecily il tempo di replicare, Carson spiccò un piccolo balzo fino a raggiungere il tavolaccio accanto alle sbarre, poi si avvicinò alla zuppiera fumante che il sergente Delafuente aveva lasciato poco prima e, con la stessa dignità con cui un secondo prima si era proclamato lord, infilò il muso nella colazione della sua pard.

«Ehi!» protestò Cecily.

Il gatto sollevò appena la testa.

«Mmh?»

«Quella è la mia colazione!»

«Ah sì?»

«Certo che sì!»

«Curioso. Chi l’avrebbe mai detto.»

«Che cosa ci sarebbe di curioso?»

«Il fatto che improvvisamente tu abbia fame.»

Cecily rimase a bocca aperta.

«Invece di strafogarti non eri venuto qui per qualche nobile intento?»

«Gnam... sai com’è...» si difese Carson senza staccare davvero il muso dalla zuppa. «Per portarti in salvo ho bisogno di energie... gnam... devo ritemprarmi...»

«Carson.»

«...che poi, a conti fatti, non è nemmeno così buona questa brodaglia.»

«A me pare che tu la stia divorando.»

Il gatto spazzolò accuratamente il fondo della zuppiera, quindi sollevò il muso e si leccò i baffi con soddisfazione.

«Siamo alle solite, Cecily. Mi tocca insegnarti proprio tutto.»

«Sentiamo un po’, sapientone.»

«Hai dimenticato la parola magica.»

«Quale?»

Carson la guardò con grande serietà.

«Gratis.»

Seguì un sonoro rutto che parve mettere definitivamente fine alla discussione.

Cecily si passò una mano sul viso.

«Lasciamo stare, è meglio.»

«A caval donato...»

«Ho detto lasciamo stare.»

Carson parve valutare l’ipotesi di completare comunque il proverbio, ma lo sguardo della sua pard lo convinse a desistere.

Cecily buttò distrattamente un occhio attraverso le sbarre per assicurarsi che nessuno avesse sentito il loro chiasso, quindi tornò a fissare il gatto.

«Piuttosto, vecchio balordo... come mai ci hai messo così tanto ad arrivare?»

«Ho dovuto prima capire dove ti tenevano. Non posso aprire Sliding Doors a casaccio, sai.»

Per una volta Carson aveva assunto un tono quasi professionale.

«La mia magia ha i suoi limiti. Devo sapere dove voglio arrivare e devo trovarmi abbastanza vicino da poter stabilire un passaggio. Così mi sono intrufolato nell’ufficio del distretto dove ti hanno portata dopo l’arresto, ho frugato tra i verbali e i messaggi telegrafici, ho seguito un paio di gendarmi che parlavano un po’ troppo e ho scoperto che ti avevano trasferita qui.»

«Alla faccia… non ti facevo così intelligente.»

«Poi sono arrivato abbastanza vicino al Quartier Generale da riuscire ad aprire una porta fino alla tua cella e... voilà! Eccomi qua. Pronto a toglierti le castagne dal fuoco.»

«E quello?»

Carson sbatté le palpebre.

«Quello cosa?»

Cecily indicò il suo ciuffo perfettamente ordinato.

«Quello.»

Il gatto portò istintivamente una zampa alla testa.

«Ah, questo.»

«Sì. Questo.»

«Be’...»

Cecily incrociò le braccia.

«Ho fatto un salto a casa.»

Silenzio.

«Giù ai Seven Points.»

Altro silenzio.

«Mi sono dato una lavata.»

Gli occhi di Cecily si assottigliarono.

«E una sistemata.»

Carson sorrise nervosamente.

«Sai com’è... dopo tutto quel ghiaccio mi sentivo in disordine.»

L’indice della cowgirl si spostò lentamente dal ciuffo perfettamente pettinato alla sigaretta aromatizzata che il gatto aveva appena finito.

«Passi il volerti far bello, ma dimmi un po’: dove hai trovato i quattrini per comprare quel tabacco? Non l’avrai mica rubato al signor Conrad.»

«Chi? Questo? Ma no! Certo che no, mia Cecily adorata!» replicò Carson con eccessiva rapidità. «Devi sapere che un tizio di Kensington Road mi doveva dei verdoni per aver perso una partita a scacchi...»

«L’hai già usata.»

«Cosa?»

«Questa scusa.»

«Quando?»

«Almeno tre volte.»

«Non è vero.»

«Quattro, adesso che ci penso.»

Carson fece una smorfia.

«Cecily, mia cara, temo che quella botta alla testa possa averti causato qualche problema di memoria. Forse dovremmo—»

«Carson.»

«Sì?»

«Dove hai preso i soldi?»

Il gatto sollevò entrambe le zampe.

«Non è colpa mia! Davvero!»

Cecily mosse un passo verso di lui.

«Il tuo salvadanaio è caduto da solo! Io ho soltanto raccolto i soldi.»

«Cosa?!»

«E i cocci!» aggiunse in fretta. «Ho raccolto anche i cocci!»

«Ora ti aggiusto io, razza di canaglia.»

«Ferma, ferma, ferma!» miagolò Carson, mentre Cecily avanzava minacciosa verso di lui. «Ho anche una buona notizia!»

La cowgirl lo afferrò per la collottola.

«Deve essere molto, molto buona, gattaccio.»

«Hannibal sta bene!»

Cecily si immobilizzò.

La rabbia le sparì dal volto all’istante.

Il carcere, la condanna, il processo, persino i pochi risparmi che Carson aveva dilapidato parvero perdere improvvisamente importanza.

Nonno...sia lodata la Dea Velata...

«Davvero?»

Carson annuì con decisione.

«Davvero. Il dottor Hardin lo ha già dimesso. Stamattina presto era di nuovo dietro il bancone dello Shooting Star, intento a lamentarsi perché nessuno aveva rimesso le bottiglie al loro posto.»

Prima che il gatto potesse aggiungere altro, Cecily lo strinse improvvisamente al petto.

«È bellissimo, Carson! Sia ringraziato il cielo!»

Il sorriso che le illuminò il viso non aveva più nulla di sarcastico.

Per un momento tornò a essere semplicemente la ragazza cresciuta sopra quello stesso saloon, terrorizzata all’idea di perdere l’uomo che l’aveva raccolta ancora neonata e cresciuta come una figlia.

Carson rimase immobile tra le sue braccia.

Poi sul muso gli comparve lentamente un ghigno soddisfatto.

«Già, dolcezza... è proprio bellissimo.»

Strusciò con apparente innocenza la testa contro il collo della ragazza, coperto unicamente dalla camicia nera e dal gilet sbottonato.

Un pochino più giù.

Poi ancora un pochino.

Finalmente.

Ciò che non era riuscito a ottenere poco prima sembrava essersi realizzato da solo.

Gli umani erano davvero meravigliosi proprio perché totalmente imprevedibili.

Sì… finalmente...

«OUCH!»

La sagoma nera di Carson attraversò in volo la penombra della cella e terminò la propria parabola contro il muro di pietra.

«Ohi-ohi-ohi... ma allora è un vizio!» protestò il gatto, rialzandosi immediatamente e tastandosi il ciuffo con entrambe le zampe per assicurarsi che non si fosse scompigliato.

«Quindi il vizio sarebbe mio, eh?!» ribatté Cecily.

A quanto pare certe cose non cambiavano mai e, quando lo facevano, riuscivano quasi sempre a peggiorare.

Era partita dai Seven Points convinta di poter mettere le mani su Von Buren, recuperare il Cristallo di Mana e rientrare allo Shooting Star prima che Hannibal avesse il tempo di preoccuparsi troppo.

Ora si trovava al fresco, dolorante, accusata di quattro omicidi, privata delle pistole e impegnata a tenere lontano dalle proprie forme le zampe del gatto che avrebbe dovuto salvarla.

Una giornata eccellente.

Un clangore sordo echeggiò da qualche punto lontano del corridoio.

Cecily e Carson smisero quasi contemporaneamente di battibeccare.

Il gatto abbassò la voce.

«Comunque... hai un piano per uscire di qui?»

Cecily lo fissò incredula.

«Oh, santa pazienza, questa è bella.»

«Che c’è?»

«Dovresti essere tu ad avere un piano. Sei arrivato qui dicendo di volermi salvare.»

«Certo che voglio salvarti, testona!» ribatté Carson, immediatamente ferito nell’orgoglio. «Anche se ti ricordo che, se siamo finiti in questo pasticcio, è soprattutto colpa tua e delle tue trovate geniali.»

«Senti da che pulpito viene la predica. All’ambasciata te la sei svignata mentre io cercavo di mettere le mani su quello scienziato da quattro soldi. Ho proprio un bel pard.»

Carson spalancò gli occhi.

«Io me la sarei svignata?!»

«Sì, svignata. Te la sei data a gambe.»

«Stammi a sentire, sapientona del cavolo! Ti ho salvato le chiappe da quella tecnica! Se non fosse stato per me, adesso saresti carbone buono per alimentare una locomotiva.»

Cecily sollevò dubbiosa un sopracciglio.

«Ah sì?»

«Certo che sì, carissima. Ho fermato il grammofono.»

Il sorriso sarcastico della cowgirl si attenuò.

«Il grammofono?»

«Quella roba che usava Von Buren aveva bisogno della musica. Appena ho sollevato la puntina dal disco, il Mana si è sfaldato e quella specie di signorina infuocata è sparita prima di trasformarti in una bistecca.»

Cecily rimase per qualche istante in silenzio.

Carson si gonfiò d’orgoglio.

«Quindi sì: mi devi la vita.»

«Non esagerare.»

«E una cassa di birra.»

«Col cavolo.»

«E tabacco.»

«Te lo sei già comprato con i miei soldi.»

Il gatto si grattò la testa.

«Dettagli.»

«Ladro.»

«Ingrata.»

«Profittatore.»

«Testarda.»

«Vecchio rimbambito.»

«Pel di carota buona solo a frignare.»

Cecily socchiuse gli occhi.

«Gatto spelacchiato.»

«Zuccona.»

«Testa di vitello!»

«...»

«...»

Quasi all’unisono, i due incrociarono con stizza chi le braccia e chi le zampe, quindi si voltarono in direzioni opposte assumendo entrambi un broncio infantile.

Nella cella calò un silenzio tanto assoluto da risultare quasi innaturale.

Passarono diversi minuti.

Carson rimase seduto con la schiena rivolta a Cecily, fumando con ostinazione e accendendo una sigaretta poco prima di aver finito quella precedente. Sapeva perfettamente di avere almeno metà del torto, ma continuava a impegnarsi per sembrare mortalmente offeso.

In realtà, dietro quella pantomima, il gatto stava già cercando qualcosa da dire o da fare per strappare un sorriso alla sua pard.

In quasi vent’anni, in un modo o nell’altro, c’era sempre riuscito.

Cecily, invece, era rimasta appoggiata alle sbarre.

Le dita tamburellavano nervosamente sul ferro segnato dal tempo.

Forse era meglio chiedere scusa.

Non che Carson se lo meritasse davvero.

Però forse un pochino.

La notizia che Hannibal stava bene le aveva tolto un peso enorme dal petto. Per alcuni minuti era riuscita quasi a dimenticare dove si trovasse.

Poi il silenzio aveva riportato con sé le parole di zio Franky.

Processo per direttissima. Torre della Giustizia. Pena capitale.

Impiccagione.

Cecily strinse le labbra.

L’indomani l’avrebbero portata davanti al Tribunale Interno e, se tutto fosse andato come temeva, nel giro di meno di due giorni la ragazza dei Seven Points avrebbe potuto ritrovarsi appesa a una corda.

Prospettiva decisamente grama.

«Ehi, Cecily?»

La voce di Carson aveva perso il tono lamentoso di poco prima.

La ragazza si voltò e si accorse che il gatto la stava guardando.

«Dobbiamo trovare una maniera per tirarti fuori da qui.»

Cecily annuì.

«Già.»

«Questa volta, anche se avessimo ancora i verdoni...» cominciò Carson, evitando con grande abilità di specificare chi li avesse fatti sparire, «non possiamo limitarci a pagare una cauzione. Quindi, che ti piaccia o meno, vedo una sola possibilità.»

«Evadere.»

«Esatto.»

Il gatto tornò a quattro zampe e cominciò a percorrere avanti e indietro il breve spazio davanti alle sbarre, pensieroso.

«Dammi qualche ora. Osservo i turni delle guardie, seguo i loro movimenti, individuo dove tengono le chiavi e vedo se c’è una guardiola o un deposito dove hanno messo le tue cose. Una volta che abbiamo capito come funziona questo piano, ce la svigniamo.»

Cecily abbassò lo sguardo.

«Qualche ora potrebbe essere troppo.»

Carson inclinò la testa.

«Perché tutta questa fretta?»

La cowgirl esitò.

Non voleva dirglielo.

Forse proprio perché sapeva perfettamente quale sarebbe stata la reazione.

«Domani sarò giudicata dal Tribunale Interno della Torre della Giustizia.»

Carson scrollò le spalle.

«Tutto qui? Meglio ancora. Durante il trasferimento ci sarà sicuramente qualche punto più debole. Magari passiamo vicino a una guardiola, recuperiamo un paio di armi e—»

«Se mi dichiarano colpevole, mi impiccano.»

Carson continuò a parlare per un altro paio di parole prima che la frase raggiungesse davvero il cervello.

«—poi possiamo... cosa?»

Cecily non rispose.

Gli occhi gialli del gatto si spalancarono.

«Cosa-cosa-cosa?»

Silenzio.

«Impiccata?»

«Sì, proprio così.»

Carson rimase immobile.

Non fece battute e non protestò.

La sigaretta, dimenticata tra le labbra, continuò a consumarsi lentamente.

«Quando?»

«Se il processo va come penso, subito dopo la sentenza.»

Qualcosa cambiò nel suo muso.

Cecily lo conosceva abbastanza da accorgersene immediatamente.

Quella non era la solita indignazione teatrale.

Era paura.

La sua pard.

La ragazza che aveva visto crescere nei Seven Points.

La bambina che gli tirava la coda.

La monella che aveva imparato a sparare prima ancora di imparare a stare lontana dai guai.

Cecily appesa a una corda.

Nossignore. Mai e poi mai.

Quello non sarebbe successo.

«Non glielo permetteremo, ragazza mia.»

Cecily alzò lo sguardo.

Carson aveva assunto un’espressione di determinazione tanto insolita da sembrare quasi estranea sul suo muso.

«Mi metto subito al lavoro. Vedrai che sarai fuori di qui in un batter d’occhio.»

Senza aggiungere altro, il gatto si voltò e fece per infilarsi tra le sbarre verso la penombra del corridoio.

Cecily riuscì ad afferrarlo per la coda all’ultimo momento.

«Fermati, idiota. Là fuori è pieno di gendarmi. Dobbiamo prima ragionare sul—»

Carson arruffò il pelo, si voltò e le graffiò leggermente la mano.

Non abbastanza da ferirla davvero, ma abbastanza da costringerla ad aprire le dita.

«Io non perdo tempo a ragionare quando quella testa disabitata della mia pard rischia di finire sulla forca per qualcosa che non ha fatto.»

«Carson...»

«Ora, signorina, lasciami lavorare prima che mi arrabbi sul serio.»

Per qualche secondo nessuno dei due parlò.

Poi qualcosa interruppe il silenzio.

Passi.

Lenti, regolari.

Arrivavano dal fondo del corridoio.

Carson si immobilizzò e Cecily fece altrettanto.

Subito dopo, insieme all’eco delle suole sulla pietra, giunse una voce di donna.

Una voce affascinante, leggermente roca, che avanzava nella penombra intonando con noncuranza una vecchia cantilena della Frontiera.

Cecily non ricordava di averla mai imparata davvero. Eppure quelle parole avevano qualcosa di familiare, come accadeva con certe ballate che nessuno sapeva più chi avesse composto e che continuavano a viaggiare da una generazione all’altra, cantate nei saloon, sulle diligenze o attorno ai fuochi degli accampamenti senza che nessuno si domandasse più che cosa significassero davvero.

La voce continuò ad avvicinarsi.

C’eran sette luci sopra il vecchio cielo,

sette carte sopra il tavolo del re,

ma una mano nera spense l’arcobaleno

e la strada si spezzò davanti a me.

Oh, cavallo mio, non fermarti adesso,

porta i sogni dove il sole morirà.

Se una stella cade e non ritorna in cielo,

qualcun altro il suo colore porterà.

Carson voltò lentamente la testa verso Cecily.

«Aspetti visite?»

La cowgirl scosse il capo.

«E adesso che diavolo...»

I passi continuarono ad avvicinarsi, sempre più vicini.

Poi la donna smise di cantare.

Nella penombra del corridoio rimase soltanto l’eco dell’ultima parola della ballata.

E Cecily, senza sapere perché, ebbe la netta sensazione che i guai avessero appena trovato un altro modo per raggiungerla.